Dialogo tra un suicida e il Diavolo: un racconto per il Concorso Arnanah

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Dialogo tra un suicida e il Diavolo- un racconto per il Concorso Arnanah

 

I Racconti finalisti del Primo Concorso Letterario Arnanah

Autore: Mirko Faccin

Titolo: Dialogo tra un suicida e il diavolo

 

 

                                                            Dialogo tra un suicida e il Diavolo

 

 

Che vadano al diavolo. Che vadano al diavolo tutti.

Marco Senisi non riusciva a pensare ad altro quella notte. Seduto al Bar Polly, spegnava una sigaretta dietro l’altra nel bicchiere di whiskey vuoto.

Maledetti rimpianti, non riusciranno a fregarmi così.

«Cameriere, un altro bicchiere!»
Il liquido ambrato gli scaldava la gola e gli annebbiava la mente. I volti di mille donne gli apparivano nella testa. Poetesse morte, hippie disperse, ragazze con i capelli rosso fuoco che bruciavano gli occhi. Un terribile dolore saliva arrampicandosi per spina dorsale fino al cervello. Non era una novità, quella sera però gli stava prendendo proprio male. Si fece un altro sorso e finì il bicchiere. Niente mance e niente grazie, Marco pagò i suoi drink e uscì nella notte di metà ottobre.
La nebbia che copriva la strada era dell’arancione dei lampioni, gli entrava nelle ossa. Il cappotto non serviva, quell’umidità ti s’infilava dentro come l’ago di una siringa, non potevi farci nulla. Trent’anni, non un lavoro, non una donna, nessun amico, solo un pidocchioso appartamento che pagava scrivendo freelance per un giornale di terz’ordine. Ed era in ritardo di due mesi sull’affitto. Questo era Marco, un magro e barcollante mucchio di rimpianti.
Il whiskey gli scorreva nelle vene e si era deciso, aveva preso coraggio, quella sera sarebbe stata l’ultima. Aveva scelto il sonnifero. Se ne voleva andare dormendo, mandando a quel paese tutti: lui, che nella vita non aveva ottenuto niente, aveva vissuto come un sognatore e così sarebbe anche morto.

Mentre apriva la porta del suo appartamento, gli tornavano alla mente i giorni dell’adolescenza. Dov’erano finiti tutti gli amici e gli sguardi sfuggenti che scambiava con le ragazze.

Se solo fossi stato un po’ più sicuro di me…

No. Non ci doveva pensare. Girò la chiave e accese la luce della cucina. Il cono del lampadario illuminava il tavolo di legno, lasciando nella penombra tutto il resto. Scaraventò il cappotto a terra e preparò tutto il necessario.
Seduto sulla sedia scomoda, fissava la scatola di Luminale e il bicchiere d’acqua. Ripensava a come aveva deluso tutti, a come non era stato in grado di tenersi la donna che amava dandola per scontata. Si alzò e frugò nella dispensa per cercare il Gin; ne prese un sorso. I suoi studi di anni non erano serviti a nulla, soldi buttati. Lasciava in quella vita un frigorifero vuoto e un mucchio di debiti alla pizzeria Bella Napoli, dove lavorava Chiara. Già, Chiara, non la conosceva nemmeno veramente. Si limitava a scambiare con lei qualche frase mentre aspettava la Marinara. Marco però la trovava bella davvero: i capelli lunghi fino alle spalle, marrone scuro come i suoi occhi profondi. Si muoveva aggraziata tra il forno e la cassa, quasi saltellando. Per il calore le gote arrossivano e questo le dava un’aria ancor più femminile. Avrebbe voluto chiederle di uscire o aspettarla

alla fine del turno per riaccompagnarla ma non ci riusciva. Ogni volta che la vedeva sprofondava nell’imbarazzo. La sola cosa che aveva fatto in quegli anni era stato ordinare pizze su pizze per poterle parlarle. Da domani lui sarebbe stato solo un vago ricordo per lei. Chissà se si sarebbe chiesta dove si era cacciato quello che tre sere a settimana passava a ordinare una Marinara. Dio quanto si odiava per essere così schiavo delle sue paure.

In cucina si sentiva solo il rumore delle auto nella notte autunnale. Una vita sbagliata, ecco cosa lasciava Marco. Una vita che avrebbe potuto funzionare ma che non era andata a buon fine. Era tempo di varcare la frontiera. Prese la confezione di sonniferi e si riempì il palmo. Fissava quelle pillole e si chiedeva come sarebbe stato morire.

Al diavolo tutto!

Portò la mano alla bocca ma quando alzò la testa per trangugiare, quasi gli prese un colpo. Sputò le pasticche urlando:

«E TU CHI SEI?!»
Seduto all’altro capo del tavolo, c’era improvvisamente un uomo. Indossava un completo nero e lo fissava con un sorriso. Era una persona dall’aria distinta, eppure, guardando le linee del suo viso, s’intuiva che c’era qualcosa che non andava.

«Che cosa stai facendo?» chiese lo sconosciuto con un tono di voce suadente. Sembrava stesse parlando con un bambino.

«Cosa te ne frega?! Come sei entrato?»
Marco era fuori di sé, aveva gli occhi spalancati e sudava. Non riusciva a capire chi diavolo fosse.

«Marco, Marco, Marco,» ripeté l’uomo, «non lo puoi fare. Non adesso almeno.» Sapeva il suo nome.

«Mi hai seguito? Senti damerino, o mi dici chi sei oppure di spacco il muso.»
Il ragazzo scattò in piedi. Lo fissava con rabbia ma lo sconosciuto sembrava non farci caso:

«Non ti scaldare, non voglio farti male. Siediti.»
Marco ascoltava quella voce, era strana, sembrava gli rimbombasse nella testa. Senza accorgersene si ritrovò seduto al tavolo con le braccia distese lungo il corpo. Era rilassante sentirlo parlare. Lo sconosciuto si schiarì la gola:

«Scusami per la mia cafonaggine. Posso capire il tuo stupore nel trovarmi qui. In effetti in molti si stupiscono nel vedermi. Sono così brutto?»

«Cosa?»
«Brutto. Sai brutto, tipo, che ne so, le cernie. Io le trovo brutte. Non credi?» «Cosa?»
«Sì, hai ragione. Stiamo divagando troppo. Mi presento, mi chiamo Lucifero.

Molti però mi conoscono come il Diavolo.» Sicuramente lo stava prendendo in giro.

«Che cazzo dici amico? Non so di cosa sei fatto ma non lo trovo divertente.»

Marco ricominciava a sudare, il cuore pompava il sangue più velocemente. Voleva alzarsi e sbattere fuori quel tizio ma poi l’uomo cominciò a parlare di nuovo:

«Lo so, non è facile da credere. Permettimi però di convincerti.»
Lo sconosciuto allungò la mano e strinse il braccio di Marco. Un lampo di luce gli fece socchiudere gli occhi. Quando li riaprì, non era più nella sua cucina.

Il corridoio era lunghissimo, non si riusciva a distinguerne la fine. Le luci rosse delle plafoniere rimbalzavano sui muri ocra tingendo l’ambiente di porpora. Se non fosse stato per la puzza di umidità, quello sarebbe sembrato un corridoio come tanti altri, con poltroncine contro le pareti, piante da interno e quadri di paesaggi campestri. Ai lati erano incastonate centinaia di porte nere, con una targhetta di ottone fissata da un paio di viti. Quella più vicina riportava in stampatello “IRACONDI”. L’uomo la aprì e Marco sbirciò dentro.

Un brivido gli attraversò il corpo. Colonne di fuoco illuminavano una caverna immensa. Il boato assordante di milioni di urla si fondeva con una nebbiolina calda e soffocante. L’olezzo di sangue e sudore incorniciava visoni di violenza dantesca. Non si era mai nemmeno immaginato cose del genere. Uomini e donne immersi nel fango sino alla cintola, sbranavano famelicamente le loro stesse carni. I denti affondavano nei corpi, si serravano e ne strappavano brandelli con rabbia. Schizzi rossi si nebulizzavano nell’aria e tocchetti viscidi cadevano da bocche abnormi, deformate, grondanti fluidi densi. Lo sconosciuto li guardava estasiato:

«Dopo ogni morso un urlo, dopo ogni urlo un nuovo morso: così sino alla fine dei tempi.»
Marco si sentì improvvisamente debole. Le gambe molli gli cedevano e la testa gli girava per l’aria soffocante. Non riusciva però a sbattere le palpebre, a smettere di fissare quei mostri intenti a mangiarsi e risputarsi.

Un attimo dopo era di nuovo a casa sua, seduto in cucina. La maglietta madida di sudore, si era attaccata al torace che ansimava freneticamente. Con gli occhi spalancati e sussurrò:

«E…e quello cos’era?»
«Non ti mento,» rispose l’altro, «io sono il Diavolo.» «Ma, ma, ma…» balbettava Marco, «allora esisti?»

Lucifero sorrise.
«Non essere sciocco, certo che esisto. Non mi hai forse davanti?»
«Piuttosto,» continuò, «hai appena avuto un privilegio concesso a pochi. Hai dato

uno sguardo al mio inferno, sei sicuro di voler andare a finire lì?». Marco abbassò lo sguardo:

«Non è il dolere fisico che mi spaventa, ci sono cose che fanno molto più male.»

«Stronzate da cioccolatini!» urlò il Diavolo, «Ti assicuro che il dolore fisico è davvero doloroso.»
«SMETTILA!» lo incalzò Marco. «In questa vita cos’ho ottenuto? NIENTE! Ormai ho rovinato tutto quello che potevo rovinare. Ho sprecato metà della mia vita a correre dietro alle donne e senza grandi risultati. Un giorno ne ho trovata una,

una perfetta, una che mi amava e aveva il fuoco sotto la pelle. Io però ero stupido, un’idiota. Uscivo, andavo alle feste, la tradivo, mi conciavo da far schifo. Alla fine si è stufata, “Sei troppo infantile” mi ha detto, “sei un alcolizzato, un uomo patetico che non è in grado di combinare nulla”. E non aveva torto. L’università non è stata altro che un barcollare da un’aula all’altra, quasi sempre privo di coscienza. Non sono stato capace di tenermi un lavoro come si deve, dopo qualche mese mi ribellavo, non riuscivo a imbrigliare la mia vita nelle routine, a prendere ordini da persone stupide. Detesto perfino la società, non sopporto il suo finto perbenismo e tutti i meccanismi innaturali per tenere soggiogati gli individui. Non la sento mia, non mi sento di appartenerle. Non appartengo a nessun luogo su questa terra e non ho niente che mi tenga qui.»

Le mani gli tremavano e la bocca si era contorta in una smorfia.
«Delusione» sospirò. «Solo questa ho saputo portare agli altri. Delusione a chi mi

amava per la mia incapacità. Delusione agli amici per il menefreghismo e la superficialità con cui gli ho trattati. Delusione a me stesso per come mi sono ridotto. Sono talmente schifato da essere sbronzo circa diciotto ore su ventiquattro per non darmi la pena di vedere quale sia la realtà. E sono solo. Voglio che questo strazio finisca. Se il prezzo per sparire, per sottrarmi a quest’orrore è l’inferno allora bene. Andiamo.»

Il Diavolo era serio:
«Non so proprio cosa dirti, so solo che non ti puoi ammazzare. Io sono qui

questa notte proprio per questo.»
«Vuoi farmi credere che il Diavolo è venuto a casa mia per impedirmi di

suicidarmi? Proprio io?»
«Premetto, non prenderla dal verso sbagliato. È un periodo strano giù all’inferno.

Per ovviare ad alcuni problemi si è deciso di prevenire gli insani gesti come il tuo. O per lo meno quelli degli individui che hanno ancora qualcosa per cui vivere.»

«Problemi? Che problemi potreste mai avere?»

«Ecco…» il Diavolo aveva abbassato lo sguardo, «come dire… il girone dei suicidi… beh…è pieno! Al completo da almeno sei mesi.»

«Come al completo?»

«Beh, credo la crisi. Molti hanno perso tutto, soldi, casa, famiglia e così hanno deciso di farla finita. Nell’ultimo periodo avevamo una media di seimila sucidi al giorno. Arrivavano lì, tutti belli morti e pretendevano un posto all’inferno. Cavolo, non si può fare così!»

Il Diavolo aveva cominciato a gesticolare. Si era proteso verso l’atro capo del tavolo dove sedeva Marco e aveva abbassato il tono di voce.

«Vedi, io ho provato a parlarne anche con il mio Capo ma quello, bah, sarà pure onnisciente ma quando si parla di soldi, finge di non sentire. Avere per le mani tutti questi suicidi vuol dire ampliare il girone di almeno una decina di caverne, allacciarle a luce e gas, e mettere del nuovo personale per la gestione dei dannati.»

«Cazzo!» esclamò Lucifero battendo il pugno sul tavolo, «Ma tu lo sai quanto mi costerebbe assumere altri demoni? Già quelli che ho fanno i doppi turni, se mi

azzardo a chiedere qualcos’altro il sindacato mi mette in croce. E le bollette? Tutto quel fuoco è bello da vedere, ok, ma il metano non me lo regala nessuno. Ho riconvertito quasi metà del primo girone riservato a omicidi e predoni, giusto per metterci qualche suicida, ma non posso fare di più. L’altro girone confinante è quello per bestemmiatori, sodomiti e usurai. Credimi, pure lì di questi tempi si fa fatica a trovare un centimetro libero.»
Dopo un sospiro Lucifero si calmò. Guardando negli occhi Marco riprese:

«Non è per cattiveria ragazzo. Non posso spostare i dannati come mi pare. Se uno si uccide è un suicida, non posso ficcarlo tra i ladri. Sono le regole. Potrei fare qualcosa per aggirare questo ostacolo ma non ho più anime fanciulle a disposizione.»

Marco corrugò le sopraciglia:
«Anime fanciulle in che senso?»
«I bambini sono molto importanti.» L’angolo sinistro della bocca del Diavolo era

contratto in un mezzo sorriso. «Quando un fanciullo lascia questo mondo, la sua anima è pura, non ancora corrotta dai peccati degli uomini. È la sua ingenuità a salvarla. Uno spirito tanto candido non può che salire direttamente in paradiso ma per fare questo necessita di essere purificato. Le eventuali azioni peccaminose, commesse per ingenuità appunto e quindi non giudicabili come Colpa, devono essere estirpate. Di questo mi occupo io. Pulisco le anime dei fanciulli, ne raschio il peccato e le invio ai piani alti. Quello che a me rimane è però un materiale puro, una malvagità senza alcuna traccia di bene, in cui non sono presenti né scrupoli morali né rimorsi. Un uomo che sbaglia sa di farlo, in lui una vocina gli sussurra che l’azione che ha compiuto è peccato. Su questa voce egli può rimuginare, arrivare a provare rimorso o vergogna. Da qui scaturisce il pentimento. Un male invece che non sa di essere male non può essere purificato perché in lui non c’è alcuna concezione di giusto o sbagliato. Per un’azione che non si crede sbagliata il pentimento sincero non può arrivare, mai.»

«Bene». Marco continuava ad ascoltare. «Ora arriva la parte migliore. Con questa malvagità io posso produrre demoni: non esseri infernali comuni ma entità in grado di interferire con il piano terreno, con la vita degli uomini. Esse possono addirittura uccidere. Potrei usarne una e ordinarle di, come dire, porre fine ai tuoi giorni. Purtroppo però ne sono a corto. Un’anima fanciulla un demone, un demone una sola missione. Dopo aver assolto il suo compito il demone si sfalda e scompare. Questo è l’unico modo per eliminare la pura malvagità di cui ti parlavo.»

Quella notte era sempre più strana. Prima aveva finalmente trovato il coraggio di farla finita, poi l’apparizione e adesso questi discorsi con a metà tra il mistico e la logica aziendale.
Marco non ci capiva più niente. Si alzò dal tavolo in cerca del Gin. Riempì per metà un vecchio bicchiere della Nutella con sopra grande puffo e lo ingollò. Il Diavolo in persona era entrato nella sua cucina per impedirgli si farla finita. Mentre riponeva la bottiglia nella credenza sentiva lo sguardo di Lucifero

inchiodato alla schiena. Anche pensandoci a fondo però non trovava una motivazione per rimanere in vita. Quando avrebbe ritrovato le palle di farlo se ora avesse lasciato perdere? La realtà di tutti i giorni era un ginepraio di lotte e confronti con la sua inadeguatezza al mondo. Faceva davvero male ripensare alla freddezza che usavano con lui tutti quelli che aveva amato una volta.

Al diavolo il Diavolo.
Non fece in tempo a finire il pensiero:

“Ascoltami. La tua vita vale!” gli sussurrò un’altra voce, profonda e roca.
Marco si girò di scatto. Il Diavolo lo guardava fisso. Era sicuro che non fosse stato lui a parlare. Si chiese chi gli aveva detto quella cosa e se se la fosse immaginata. Il gin faceva un brutto effetto alla sua mente da alcolizzato cronico. Appoggiandosi al lavabo Marco fece la domanda che gli sbatteva nella testa da quando aveva saputo del girone dei suicidi:

«Perché sei qui in realtà? Di me non te ne frega un nulla, lo so, lo fai davvero solo per non avere un altro ospite nel buco dove ti hanno rinchiuso?»
Lucifero inclinò leggermente la testa e socchiuse le palpebre:

«Senti, per prima cosa nessuno mi ha rinchiuso da nessuna parte. Lo ammetto, non è il lavoro più bello dell’altro mondo ma non posso farci nulla. Pensi che non mi piacerebbe stare ai piani alti a suonare l’arpa, o tutte le altre cagate, invece di sentire gente che urla e si lamenta? Se solo potessi lascerei perdere tutto. Il problema è che non posso. Il Capo è stato chiaro: “Lucifero, mi serve una persona forte per un incarico di responsabilità.” I primi tempi ero orgoglioso della fiducia ma poi ho capito. Stare ogni singolo giorno tra il dolore, il sangue e le lacrime è logorante, una vita che ti corrode dentro partendo dalle viscere. Credi sia facile tirare avanti sapendo di essere la causa d’infiniti tormenti per altre persone?»

La sua voce si era fatta un po’ più dolce.
«Non so perché tu voglia farla finita. Non lo capisco. Hai la possibilità di vivere

su questa terra, splendida e ricca. Come essere umano puoi di provare migliaia di sentimenti, innamorarti di una donna, perderti tra le sue braccia, far ridere un vecchio, avere dei figli a cui voler bene. Non sei curioso di sapere quale sia il colore delle albe in India o che odore hanno le piramidi? Non vuoi farti cullare ancora una volta dalle onde, con i capelli e le orecchie a mollo in mezzo al mare? Hai a disposizione un mondo ricco di meraviglie e persone altrettanto meravigliose che ancora non conosci. Persone che potrebbero renderti felice. Buttare tutto per la paura non è la soluzione. Non temere di sbagliare, tutti lo fanno. Dopo centinaia di errori ti assicuro che troverai qualcosa, qualcosa per cui sarà valsa la pena di soffrire. Qualcosa che ti renderà felice e per la quale riuscirai a cambiare. Devi solo volerlo tu.»

Marco ascoltava in silenzio mentre Lucifero parlava. Avrebbe sempre voluto vedere il Giappone. E anche il Messico. E pure Istanbul. Una volta aveva persino cercato di organizzare un viaggio in Turchia con Davide e Luca. Chissà che fine avevano fatto quei due, erano amici sin dalle superiori e non li sentiva quasi da un anno. Poteva chiamarli e proporre di andare a cena, era curioso di sapere come stavano.

«E poi Marco, diciamocela tutta.» continuava il Diavolo, «Hai un dono che hanno in pochi, non sei del tutto stupido. Lascia il giornalaccio per il quale scrivi e cerca qualcosa di migliore. Non volevi essere un giornalista? Uno vero intendo. Scrivi di qualcosa che t’interessa sul serio, aiuta le persone a non farsi fregare. Una volta ci credevi nel potere delle parole. Cos’è cambiato?»

Già, cos’era cambiato?

Quando Marco lavorava come stagista al Corriere adorava impicciarsi di politica, svelare le menzogne e le mezze verità. Pensava aiutasse le persone. E lo faceva sentire maledettamente bene. Aveva ancora il numero del direttore della testata salvato sul telefono, forse serviva qualcuno per le notizie più piccole, per cominciare.

«E non pensi a Chiara?»
Chiara. Quel nome gli si conficcò nel cervello.

Com’era carina Chiara, anche con il cappello rosso della pizzeria in testa.

«Cosa c’entra adesso Chiara?» domandò Marco con lo stomaco già in subbuglio. Ogni volta che le pensava provava un particolare senso di ansia.

«Perché credi», rispose il Diavolo, «che non ti faccia mai pagare la birra o metta sempre il tuo ordine in testa a tutti? Perché vuole che ritorni. Non dirmi che non ti sei mai accorto di come ti guarda?»

Come mi guardava?

Marco non riusciva a crederci. Tutto quel tempo e se ne rendeva conto solo ora. Se l’avesse avuta davanti in quel momento l’avrebbe invitata a cena. Intanto il Diavolo continuava:

«Mentre impasta e inforna ti lancia sempre qualche sguardo, sbircia, ma appena tu te ne accorgi lei fa finta di nulla. Non sarai anche del tutto scemo ma sicuramente sei tonto per certe cose. Sono quasi le otto del mattino. Tutti i giorni lei fa colazione al Caffè Matisse vicino alla piazza del Santo Cuore. Perché non ci fai una capatina?»

Forse vale la pena provare.

Marco con un filo di voce cercava un’altra conferma: «Ma sei sicuro? »

Guardava il Diavolo stupito. Non si era mai accorto di nulla.
Lucifero alzò le sopraciglia, incredulo per una domanda del genere. Accennando un mezzo sorriso beffardo, disse solo:

«Sbrigati, dai.»
Marco corse in bagno per lavarsi la faccia e le ascelle. Scelse dall’armadio i vestiti migliori e ci saltò dentro. Pensava a come avrebbe potuto attaccare discorso. Un “ciao come stai” suonava piuttosto banale. Aveva il petto pesante, il cuore batteva all’impazzata. Qualcosa da dire gli sarebbe venuta in mente strada facendo.
Si lavò i denti e prese la porta. Sulla soglia si girò verso la cucina. Il Diavolo era ancora lì, seduto su quella sedia scomoda.

«Non sei così cattivo come dicono.» sorrise Marco. «Perché, cosa dicono?»

«Beh, dicono che sei malvagio, fai del male alla gente. Insomma, dopo questa notte non mi sei sembrata una persona così perfida».

«È la vita.» rispose Lucifero, «Il mio è solo un lavoro, mi hanno messo a gestire certe cose e non posso sottrarmi ai miei compiti. Agli uomini serve qualcuno da odiare per essere più vicini al mio Capo. In fondo è per una giusta causa, posso anche sacrificarmi e farmi malvolere un pochino.»

Il Diavolo fece un leggero sorriso a metà fra felicità e rassegnazione. «Grazie.» gli sussurrò Marco.

Uscì facendo le scale di gran carriera. Arrivato in strada, salì sulla sua Punto rossa e partì come una freccia, direzione Caffè Matisse.
Lucifero era ancora nell’appartamento e fissava la porta chiusa. L’orologio segnava le sette e cinquantadue. Sorridendo disse:

«In perfetto orario. Grazie a te Marco.»

Jessica aveva trentun anni e un posto da impiegata in una ditta fuori città. Il lavoro era opprimente, sempre con il naso sulle scartoffie in preda ad un capo isterico. Ad ogni minimo errore il signor Bacchi era pronto a riprenderla e a mostrare a tutti la sua incompetenza. Non ce la faceva più, lo stress la uccideva, dimostrava cinquant’anni tanto si rodeva per non perdere tutto, per dar mangiare ai suoi bambini: Umberto, capelli biondi e ricci come un putto, aveva quattro anni e la più grande, Maria, cinque.

Quella mattina Jessica era felice, accompagnava a piedi all’asilo i suoi bimbi. Il più piccolo la sera prima era riuscito a scrivere, per la prima volta, una parola intera. L’aveva scritta con il pennarello indelebile sul marmo della cucina ma non le importava, aveva scritto “MamMa”. Mentre attraversava la piazza del Santo Cuore, pensava a quali altre soddisfazioni Umberto avrebbe potuto darle: ottimi voti alle medie, il plauso dei professori alle superiori. Persa nelle sue fantasticherie, non si accorse che il semaforo pedonale dalla Merulana era rosso. Solo quando fu in mezzo alla corsia vide arrivare la Punto rossa a velocità sostenuta. Si rese conto troppo tardi di quello che stava per accadere.

Jessica si risvegliò due settimane dopo all’Ospedale Centrale. I dottori le dissero che lei era riuscita a salvarsi, i suoi due bambini invece no, erano morti sul colpo. L’autista della Punto rossa, un certo Marco Senisi, era stato trovato morto nel suo appartamento qualche giorno dopo l’incidente. A casa sua, oltre ai barbiturici usati per suicidarsi, era stato trovato un biglietto indirizzato a lei dove si scusava per quello che aveva fatto. Quando glielo fecero leggere, Jessica non riuscì ad arrivare alla fine. Dopo le prime venti righe, scoppiò in lacrime e cestinò le ultime parole di quello sconosciuto.
Se avesse letto tutto, sarebbe arrivata sino all’ultima frase:

“Lui mi ha ingannato, mi ha ingannato su tutto, o quasi.”