Il racconto vincitore del Concorso Letterario Arnanah

 In curiosità

Il racconto vincitore del Concorso Letterario Arnanah

 

Sul nostro sito la pubblicazione di una parte del racconto vincitore del Primo Concorso Arnanah.

Autrice: Elide Ceragioli

 

San Galgano

La fantesca le aveva pettinato a lungo i capelli prima di intrecciarli e di legarli sulla sommità della testa con piccoli nastri bianchi.

  1. Per quanto lisciati con olio d’oliva qualche ricciolo ribelle sfuggiva sempre dal soggolo e le dava una cert’aria sbarazzina un po’ infantile che stonava con il grosso ventre di donna gravida.

    Soffriva, era palese.

    Respirava affannosamente e aveva gocce di sudore come piccole perle sulla fronte. La fantesca andava avanti e indietro senza rumore, ansiosa, aspettava l’arrivo della comare. Ogni tanto gettava sguardi preoccupati alle gambe della sua padrona. Erano gonfie, con rade chiazze bluastre e le piccole cicatrici lasciate dalle sanguisughe. Più volte nei giorni precedenti, avevano applicato le bestiole perché succhiassero gli umori neri, malefici, dal corpo della giovane e le dessero un po’ di sollievo, ma non era servito. Erano serviti a poco anche gli impiastri di aloe preziosa che le avevano messo sui lombi e le tisane di melissa e finocchio.

    Sembrava non voler nascere, quel figlio tanto atteso e desiderato.

    Per averlo avevano fatto voto a San Michele di regalargli un mantello ricamato con oro e argento.

    La giovane signora era abilissima nell’arte dell’ago e aveva contribuito essa stessa al lavoro delle monache.

    La grazia era giunta ad un anno esatto da quando il santo aveva ricevuto il dono e la statua di legno dipinto ne era stata rivestita.

    Forse avrebbero dovuto promettergli anche un fodero nuovo per la spada perché portasse a termine l’opera iniziata. Così pensava la fantesca, dubbiosa sulla sorte della sua padrona, mentre le spalmava un unguento sul petto. Lei si lamentava a bassa voce, timidamente, quasi scusandosi di non riuscire a sopportare il dolore in silenzio come si conveniva alla moglie del nobile Guidotti.

    Come Dio volle arrivarono la comare e le altre donne. Portavano i panni puliti, il coltello per il taglio del cordone, il secchio con l’acqua e la cassetta dove avrebbero messo i rifiuti del parto (o il piccino se fosse morto), avrebbero seppellito tutto accanto al muro del cimitero: terra alla terra, come era giusto, ma non in terra consacrata, senza l’acqua del battesimo era nel peccato..

    Non era una nascita facile.

    La comare che aveva alzato la gonna ed esplorava con le mani esperte oltre i lembi di carne rossa, per cercare la testa del bambino, si era drizzata pallida e aveva gridato: “Vergine benedetta! È in piedi! Vuole nascere in piedi questo cucciolo.”

3

Era una sentenza di morte quasi sicura e le donne si guardarono attonite. La cassetta non sarebbe servita, la madre avrebbe fatto da bara per il figlio in attesa della resurrezione.

Il sole stava finendo la sua corsa intorno alla terra e ora mostrava il bel faccione sanguigno nell’ultimo allegro saluto, fra poco avrebbe lasciato il posto a monna luna.

La fantesca chiuse la finestra, attraverso le sottili lastre di alabastro dal colore rosato, la luce lunare sarebbe stata più calda e le tenebre meno terribili.

Chiudeva le ante della bifora e avrebbe voluto chiudere fuori la disgrazia o fermare il tempo, tanto era la pena che provava. Il respiro affannato della sua padrona la riscosse. Ricacciò in fretta le lacrime e si avvicinò al letto.

La comare era assorta, incupita dalla consapevolezza della propria impotenza. Una delle donne piangeva silenziosamente in un angolo, l’altra, che piegava le fasce ormai inutili, disse a bassa voce: “Occorre avvisare il signore… e anche il buon padre confessore a San Michele. Che muoia da cristiana, povera padrona.”

Certo, per quanto ingrati fossero quei compiti, andavano svolti e la fantesca stava, anche se a malincuore, per andarsene. Aveva acceso la candela di sego e l’odore, più che la luce flebile si spandeva nella camera.

Poi si fermò perché la comare si avvicinò alla giovane, come a cercare, negli occhi di lei, la soluzione: “Signora, il bambino ha la testa in alto, dritta come quella di un gallo al mattino. Dobbiamo arrovesciarlo, altrimenti non potrà vedere il nuovo giorno… Gli facciamo fare una capriola. È difficile, ma forse c’è spazio e ci riesce.”

“Sì” rispose lei senza capire, ma pronta a qualsiasi cosa.
“Bene, – riprese la comare – proviamo e che San Michele ci aiuti.”
Si rimboccò le maniche, poi sollevò l’ampia gonna. Passò le mani ruvide sul ventre e finalmente

trovò la protuberanza che cercava.
Cominciò a spingere con colpetti leggeri sotto gli occhi spaventati e stupiti delle altre.
“Forza, una bella capriola, coraggio. Sei piccolo e ce la puoi fare. China la testa gallettino, nel

mondo si entra in umiltà, a capo chino!”
I colpi sempre più forti avevano riacceso il dolore, ma la signora non osava gridare e mugolava

serrando denti e pugni. Rivoli di sudore le bagnavano la schiena e lunghi tremiti la scuotevano, aveva la febbre, eppure resisteva.

Poi il bambino si mosse, aveva piegato le gambine e si vedeva la forma rotondeggiante delle ginocchia.

Erano passate due ore. La luna era alta nel cielo e la candela era stata sostituita. “Ancora uno sforzo…” lo incitava la comare. China sul ventre parlava al bambino e alla madre con parole a tratti gentili, a tratti più dure.

La fantesca massaggiava le gambe indolenzite ripetendo incessantemente: “San Michele aiutaci.”

All’alba, annunciata dal canto del gallo, il bambino si rovesciò strappando alla madre urla di dolore. Anche se sfinita e allo stremo, la poveretta spinse a sufficienza e la testa uscì.

Il mattino era splendido: Galgano Guidotti era nato.

San Michele aveva un gallo Bianco, rosso, verde e giallo E per farlo ben cantare
Lui gli dava da mangiare.

 

(Continua)