La piccola fiammiferaia: un racconto per il Concorso Arnanah

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La piccola fiammiferaia- un racconto per il Concorso Arnanah

 

Dopo aver annunciato i vincitori del Primo Concorso Letterario Arnanah, abbiamo deciso di dare spazio anche ad altri finalisti, pubblicando parte delle loro opere.

uno dei racconti finalisti: La piccola fiammiferaia.

Autore dell’Opera: Massimiliano Campo.

La piccola fiammiferaia

Era lì la piccola fiammiferaia, sotto una pioggia fitta e pungente, come milioni di chiodi gelati che ti cadono in testa. Ma non la sentiva nemmeno. Aspettava, in un modo che solo chi vive di notte conosce. Aspettava, come una suora di clausura attende la fine della compieta, un vigilante il termine del turno, una donna di strada l’ultimo cliente… “O Dio, vieni a salvarmi”. Ma non c’era più nessuno nella sua vita e il Padreterno era stato uno dei primi a venir messo alla porta.

Era lì quella disgraziata, uno scricciolo caduto dal nido, una donna gracile e malata, che di femminile ormai aveva soltanto il nome. Ma cos’era accaduto di così terribile perché si riducesse in quello stato? Quali leve oscure aveva mosso il destino per farla finire sotto la luce di un lampione ad aspettare l’ultimo cliente e poi farla finita?

Accese un fiammifero coprendolo con le mani, riparandolo come meglio poteva, nonostante il diluvio universale che sembrava voler sottolineare con crudeltà la sua disperazione. L’ombrellino cinese aveva quasi tutte le aste piegate, alcune spezzate di netto, e le riparava solo metà del corpo. Avvicinò la sigaretta alla fiammella, che ondeggiava pericolosamente a destra e a sinistra rischiando di spegnersi da un momento all’altro. Così, senza neanche predisporsi alla riflessione, le tornò tutto in mente, violento come un rubinetto aperto dopo molto tempo, come quando ti addormenti arrovellandoti su un problema e nel dormiveglia diventa tutto improvvisamente chiaro, tutto talmente limpido che vorresti avere una penna a portata di mano per scriverlo, prima di svegliarti e dimenticarne la soluzione.

Era stata lasciata due giorni prima delle nozze. Il codardo – ormai neanche nei ricordi usava il suo nome di battesimo, Luca – era scappato in America, avendo trovato lavoro come responsabile EDP in una grossa azienda della Silicon Valley; un’occasione che ti capita una volta nella vita. Ma lui l’aveva tenuto nascosto a tutti fino all’ultimo momento, persino a lei. Perché l’aveva fatto? Perché uno abituato a fingere lo fa senza pensarci, perché chi fa del male non si vede mai fuori da sé. Semplice, no? Eppure, nonostante tutto lei ancora l’amava. Era impazzita forse? Ripensò a una frase che aveva letto molti anni prima – quando ancora leggeva – in un libro di una giallista inglese; diceva più o meno così: “Cos’è l’amore? Perché si può scegliere praticamente tutto nella vita tranne la persona che si ama?”.

Il fiammifero si spense. La piccola fiammiferaia – così la deridevano nell’ambiente, essendo una drogata che non usava l’accendino – lanciò una bestemmia al cielo, un latrato disperato, chiedendosi subito dopo, senza mai una risposta, come fosse arrivata a imprecare contro Dio, lei che era praticamente cresciuta in un oratorio. Con le mani ossute e tremanti dal freddo ne sfregò un altro sulla scatoletta. La fiammella si alzò timida verso l’alto, tremolando nella tempesta.

Come il movimento repentino di una macchina da presa, si rivide due anni dopo il day after: aveva lasciato l’università, di Luca non si aveva più la minima notizia, il padre era morto stroncato da un infarto sotto le feste natalizie, il resto della famiglia – madre e due sorelle più grandi – si era dileguato senza un particolare motivo, preso semplicemente dall’egoismo su cui si basa la nostra bella società. Appena un anno dopo, la fiammiferaia aveva perso anche quel piccolo lavoro precario trovato faticosamente da sola. Le sue amiche si erano tutte sposate e con la nascita dei primogeniti, con discrezione mista a indifferenza, erano lentamente uscite dalla sua triste storia. Era ingrassata dieci chili, aveva solo ventisei anni ma sembrava più vecchia di venti. Era brutta – in realtà non lo era mai stata, neanche adesso che era in sovrappeso, ma si vedeva così. E, soprattutto, era sola.

La punta della sigaretta cominciò a fumare e ce l’avrebbe anche fatta ad accendersi, se una folata di vento, impietosa e maligna, non l’avesse spenta assieme al fiammifero.

La ragazza scoppiò a piangere e cominciò a rovistare nervosa dentro la scatoletta, ispezionandola alla cieca con le finte unghie scolorite. Le sue gambe erano tanto bagnate che il collant gli si era appiccicato addosso. A toccarle sembrava di accarezzare una foca. Trovò un fiammifero, l’ultimo, e pregò che stavolta non si spegnesse. L’ultima sigaretta si concede anche a un condannato a morte, pensò amaramente. Lo prese con delicatezza tra l’indice con l’unghia spezzata e il pollice e lo passò veloce sulla striscia nera del pacchetto. Un sottile odore di zolfo risvegliò il suo odorato addormentato dal freddo e un altro debolissimo chiarore illuminò per un attimo la strada. Non passava una macchina da quasi un’ora. Sembrava che quella sera i bravi e fedeli mariti della zona se ne fossero rimasti a casa, dalla loro donna, a giocare con i loro bambini. Loro al calduccio, lei al gelo, loro sposati, infelici ma sposati, lei sola: una single, se voleva dare un suono elegante a quello stato di pura disperazione. Da lontano arrivò il lamento stridulo di un gatto randagio; sembrava il pianto disperato di un neonato, quel figlio che non era mai nato, che non lo sarebbe mai stato. Si piegò sulla fiammella con la sigaretta che le tremava in bocca come fosse viva.

Un’ultima carrellata in avanti e si vide davanti allo specchio del bagno, in un giorno recente, forse di un anno fa; una maglietta bianca che le stava il doppio e un paio di jeans sempre più lenti che la insaccavano come un goffo Teletubbies. Le braccia erano i rami rachitici di un albero spoglio d’inverno e i noduli della corteccia i buchi delle siringhe che avevano cercato la vena, ogni volta con più difficoltà. Gli occhi, cerchiati di nero, sembravano le orbite vuote di un teschio. Le nuove brutte amicizie, che stranamente ti fai solo quando te la stai passando male, come iene che si aggirano intorno a un cadavere, le avevano inferto il colpo di grazia. Un uomo, in particolare, si era fatto avanti, all’inizio molto gentile, comprensivo, affascinante, sembrava volerla proteggere, ma poi, quando ormai era troppo tardi per reagire, aveva tolto la maschera e mostrato il suo viso putrido e verminoso. Nei primi mesi, l’aveva circuita con classe, non c’è che dire, corteggiandola senza tregua, facendola sentire come non si sentiva da anni, anzi come non si era mai sentita. Poi, il balordo l’aveva iniziata lentamente alle droghe pesanti e, infine, un giorno l’aveva messa sulla strada, per pagarsi il vizio diceva lui. Gli ultimi cinque anni li aveva passati così, sul marciapiede. Le sembrava incredibile che avesse resistito tanto.

Adesso però si era decisa: un ultimo cliente, come l’ultima pratica prima di uscire dall’ufficio, e poi farla finita. L’ultima presa di coraggio, l’ultima scelta sua e sua soltanto, l’ultima decisione che le restava per dire al mondo che esisteva pure lei. Buffo gridare a tutti che sei viva uccidendoti! Finalmente la sigaretta si accese e i pochi minuti trascorsi a inalare l’aroma caldo e invitante del tabacco furono i più dolci che avesse vissuto negli ultimi dieci anni. Un ultimo cliente, poi sarebbe salita sul suo scooter mezzo scassato, si sarebbe diretta verso il lungotevere e si sarebbe gettata dal parapetto di marmo senza pensare più a niente. Libera.

Una macchina girò l’angolo e si diresse lentamente verso di lei, strisciando sulla strada bagnata piena di pozzanghere. Era un grosso suv nero dai vetri oscurati, lucido sotto la pioggia battente come il guscio di una cozza. Già se lo immaginava il tipo al volante: un uomo di mezza età (più vicino alla terza che alla seconda), pallido, in sovrappeso, quasi calvo, occhi spenti, forse azzurri o grigiolini, nascosti da pesanti occhiali da vista, un po’ sudato, maleodorante, e quasi sicuramente vestito male, nel solito completo da lavoro marrone. Insomma, una sorta di padre della famiglia Bradford, solo più trascurato, noioso, sgradevole, un cliente tipo. E va bene, dai. Non poteva finire che così. Non lo avrebbe fatto pagare, né prima, né dopo. Chissà come ci sarebbe rimasto. Avrebbe pensato a un tentativo di rapina da parte sua? Un’imboscata della moglie? Chissà… Lo avrebbe fatto contento, però; in fondo era solo un disperato come lei, né più né meno. Non lo odiava veramente. Era talmente apatica che non odiava più nessuno ormai. Non avrebbe perso tempo. Voleva farla finita prima che venisse giorno e magari ci ripensasse.

La macchina si accostò, il vetro scese piano piano a mostrare quel volto imbarazzato e ridicolo che aveva già visto migliaia di volte. Si accostò al finestrino per trattare. Lui le avrebbe chiesto subito uno sconto, come facevano quasi tutti, non sapendo che tanto non avrebbe pagato. La ragazza si chinò in avanti e la pioggia stagnante sopra l’ombrello mezzo rotto le cadde sul viso in una cascatella ghiacciata, offuscandole per un attimo la vista. Strizzò gli occhi, col rimmel che le colava sulle guance, e non vide un uomo di mezzetà ma un ragazzo bellissimo, abbronzato, non un tizio calvo ma un giovane con una splendida chioma castano chiaro, occhi verdi e profondi, i suoi occhi. Indossava un completo di seta nero, come se stesse per sposarsi. Luca, con la testa piegata per ammirarla meglio stava piangendo e al contempo sorrideva. Non faceva niente per asciugarsi le lacrime, che cadevano copiose sulla camicia bianca. Anche lei iniziò a piangere, solo che non si vedeva tanto era zuppa. Aprì lo sportello e tremando come una foglia si sedette accanto a lui senza che nessuno dei due dicesse una parola. Dopo un minuto di assoluto silenzio che sembrava non finisse mai, Luca si tolse la giacca e l’avvolse con delicatezza, coprendole le spalle nude. Avvicinò le labbra al suo orecchio umido e le sospirò una parola, una soltanto, ma le bastò per sempre.