UN RACCONTO DI ELVIRA MANCO: IL NOME E IL VOLTO

 In autori emergenti

UN RACCONTO DI ELVIRA MANCO- IL NOME E IL VOLTO

Una nuova rubrica per dare spazio agli autori emergenti: settimanalmente verranno pubblicate opere letterarie che hanno partecipato al Primo Concorso Arnanah.

Autore: Elvira Manco

Titolo: Il nome e il volto

   § § § 

Si svegliò che erano le tre di notte. Cos’era stato? Non un rumore, ne era certa; qualcosa.

Il cuore le palpitava troppo in fretta nel petto e questo la infastidì: era chiaro che non sarebbe riuscita a riprendere sonno e dunque non volle neanche provarci. Si tirò a sedere sul letto, piano e con un po’ di fatica; anche la gatta non dormiva: era seduta in un angolino sulla sponda opposta del letto.

Teta – chiamò – che fai?”

La gatta rimase immobile nel suo profilo da sfinge, fissava un punto che sembrava più lontano della parete in penombra.

Teta” ripetè. La bestia le rispose con un rumore sordo dal fondo della gola. Anna se ne stupì: Teta era una gatta pacifica, paurosa e così affettuosa che, talvolta, le dava noia.

Vecchia stupida” le disse e allungò una mano sul copriletto per invitarla ad avvicinarsi.

La gatta si girò lentamente verso di lei e le fissò addosso il suo sguardo fosforescente. Anna ritrasse la mano e per un momento le parve di afferrare una sfumatura di quella minuzia che l’aveva svegliata in piena notte. Fu un attimo; la sensazione le si stemperò nella densità liquida del sangue, ma ancora avrebbe potuto afferrarne un riflesso se la gatta, col suo brontolìo cupo, non fosse saltata giù dal letto scomparendo nel buio della casa silenziosa.

Stupida, stupida bestia!” le biascicò dietro Anna, ma un brivido le serpeggiò lungo la schiena.

In cucina bevve un po’ d’acqua poi, con calma, nonostante l’ora insolita, cominciò il rito della tisana.

Dalle tendine della finestra filtrava uno strano chiarore e ad Anna sembrò che l’aria fosse di madreperla; stavolta quel malessere vago le sfiorò lo stomaco e lei non tentò nemmeno di afferrarlo, anzi se ne distolse mettendosi ad armeggiare nel cassetto delle stoviglie, ma quel rumore metallico le parve delirante nel silenzio fitto della notte. Senza completare l’infusione, filtrò la tisana e la dolcificò col miele cercando di non urtare troppo col cucchiaino i bordi interni della tazza. Di colpo si sentì ridicola, una vecchia sciocca che comincia a perdere colpi; allora scosse energicamente la testa, sentendo che qualche forcina cedeva fra i suoi capelli ancora fitti e quasi completamente bianchi. Se li risistemò alla meglio, aggiunse ancora un cucchiaino di miele alla tisana e rimestò con decisione il liquido.

Mentre beveva, lo sguardo indugiò di nuovo alla finestra; strano: le sembrava di ricordare che sarebbe stata una notte di luna nuova o di primo quarto, ma quello là fuori le sembrava un chiarore di luna piena; chiaramente s’era sbagliata: il tempo era passato e lei si era attardata in uno dei suoi personali banchi di nebbia. Aveva perduto un altro frammento di vita? Forse. Sempre più spesso le capitava di smarrire manciate di ore, talvolta di giorni; smarriva il tempo come smarriva gli oggetti; e infatti provava la stessa sensazione di urgenza, vagamente simile alla fame.

Le sembrava di vagare a vuoto in quella casa diventata troppo grande, fra banchi di nebbia e di polvere, dove anche gli oggetti vagavano e si smarrivano: buona parte della giornata scivolava via così, nel tentativo di ricostruire movimenti, spostamenti, pensieri minimi che l’aiutassero a ritrovare le cose smarrite: le forbici, lo scialle di lana, gli occhiali; poi, finalmente, quando le trovava, un filo interrotto si riannodava malignamente alla sua coscienza e scopriva che, invece, era passato un giorno intero da che aveva posato distrattamente l’oggetto e, da quel momento, la luce della memoria s’era spenta nella sua mente. E lei che aveva fatto? Aveva dormito? Forse era svenuta senza neanche rendersene conto?

Trapassi” pensò.

Le prove generali prima del grande sonno. Alla sua età, e con i suoi acciacchi, non poteva non pensarci. Del resto il tempo passava, stringeva, e bisognava che si decidesse a familiarizzare per davvero con quell’idea oscena di corruzione e disfacimento.

Sta’ alla larga, per ora” disse; e ridacchiò. E in quel momento il pensiero le rantolò in gola e la sensazione di malessere si chiarì un poco: c’era una sfasatura fra il suo corpo -la percezione che aveva di sé- e tutto il resto.

La gatta” pensò; e poi, sentendo il cuore che pompava via il sangue, dov’era il cane? I rumori soliti, il mormorato silenzio della notte?

Si lasciò cadere sulla sedia.

Teta” chiamò piano. Non osava chiamare il cane; non aveva senso, non l’aveva mai fatto. Si ha forse bisogno di chiamare la propria ombra?

Sentiva che il corpo le diventava duro e lento mentre dentro tutto le tremava; persino le viscere sembravano cedere, ed ebbe paura di sporcarsi.

Questo no – si disse – questo no.”

Che orrore, all’improvviso, che devastazione di certezze, di riferimenti, di equilibri. Era così che accadeva? Tutto accelerava dentro e fuori di te mentre l’involucro del corpo perdeva progressivamente il ritmo, la sincronia: una parete rigida fra due flussi diversi.

Si sentì andare alla deriva in quella vastità orribile e seppe che non avrebbe potuto fare più nulla.

L’orologio sembrò rallentare, fermarsi. Lei scandiva i minuti. Un terrore via l’altro. Gli ingranaggi dell’incubo giravano e la morte non arrivava. L’orrore sì, ma non la morte.

Ma allora, l’orrore di che?

Cos’era accaduto al suo piccolo mondo protetto? Dov’erano il cane, la gatta, i mille tarli notturni che ricamavano il silenzio?

Ora avrebbe voluto chiamare il cane, ma non poteva: non gli aveva mai dato un nome.

O forse sì e neanche se ne ricordava? O forse, peggio, il cane era morto e lei ne aveva smarrito il cadavere, così come smarriva di continuo le cose….

Ma un cadavere no – ragionò con se stessa, cercandosi un graffio di sorriso – ne sentirei la puzza.”

Non le riusciva niente. Che smarrimento, che pena. Si sentiva urgere dentro la desolazione del pianto, un magone che non provava da anni, un sasso nella gola. Che fare? Andare in cerca del cane o del suo cadavere? O magari chiamare il nipote perché venisse a soccorrerla? Per un po’ si trastullò con quest’idea, ben sapendo che era assurdo chiamare quel poveretto per dirgli aiuto, vieni, non riesco a trovare il cane. Che cane? avrebbe detto lui. E lei non avrebbe potuto neanche dirgli il nome. E comunque non si trattava solo di questo, no: cercava di recuperare pensieri, fili interrotti: la sensazione strana che l’aveva svegliata in piena notte, l’insolita reazione della gatta che era fuggita soffiandole contro la paura, la sparizione del cane e poi il tempo, quel ritmo vitale che batteva da qualche parte e non collimava più col suo. Era possibile questo? Aveva un senso?

Doveva fare qualcosa. Doveva arginare, arginarsi. Ma aveva paura di uscire dalla stanza; s’immaginò persino che la gatta, la pacifica Teta, potesse essere in agguato, dietro la porta: le avrebbe conficcato gli artigli nei polpacci facendola cadere e poi, caduta, avrebbe avuto la bestia addosso a straziarle il volto, gli occhi… Poi sarebbe sopraggiunto il cane a completare lo scempio.

Si scosse: non era da lei impantanarsi in fantasie così morbose; si alzò dalla sedia, si avvicinò alla finestra e, come rimbalzando, andò al lavello, aprì il rubinetto, lo richiuse, tornò alla sedia e poi, ancora, alla finestra. Si impose di fermarsi, di controllarsi. Guardò l’orologio e si disse che avrebbe aspettato ancora un quarto d’ora e poi, se non fosse riuscita a dominare quell’assurda agitazione, si sarebbe decisa a chiamare il nipote. Ma non riusciva a immaginare cosa avrebbe potuto dirgli: non si riconosceva in quell’affollarsi di paure irrazionali e si chiedeva se il rimbambimento senile non l’avesse aggredita di colpo nel giro di una sola notte.

Notte? Sollevò piano gli occhi sulla tendina della finestra che, al suo sguardo, parve come animarsi in un fremito lieve. Notte? Attraverso il velo della tenda fu pervasa da una chiarità estesa e polverosa, un’insolita dimensione di luce che le diede una sensazione ondeggiante di naufragio. Scostò la pesante tenda di cotone e, pur sentendo che il sangue le defluiva dai centri vitali, si ritrovò a spalancare la porta sulla veranda e a contemplare il giardino, le rose rampicanti, l’orto, il vigneto, le amate querce, tutto il suo mondo, anzi no, tutto il mondo, le colline distanti e il cielo stesso, invasi da una luce verde e strana che, sembrava, giungendo da distanze siderali, avesse portato con sé un polverìo orribile e rugginoso che fluttuava ovunque

I pensieri le si scomposero e ricomposero a ritmo folle esplodendo in tutte le direzioni: tentò di convincersi che poteva trattarsi di un sogno, seppe di dover telefonare al nipote, si chiese quale fine del mondo si stesse avvicinando, ricostruì ed incastrò perfettamente i segni che l’avevano allarmata e la dimensione innaturale del silenzio.

Urgeva. Adesso qualcosa risultava essere urgente. Forse bisognava correre, forse bisognava chiudersi, forse bisognava gridare, lanciare un segnale d’allarme… ma intanto, il bisogno più stupido e urgente, era che doveva orinare, orinare al più presto, doveva orinare chiedendosi dove fossero finiti il sole e la luna, l’aria da respirare e tutti i giorni a venire.

E poi fu buio.

Riemerse piano, la mente subito lucida e gli occhi prudentemente chiusi: le sembrava che se fosse riuscita a individuare un nesso logico, il mondo si sarebbe riaccomodato. Ma il nesso logico di che?

Non sapeva, non sapeva, si smarriva, le risposte si frantumavano in percorsi che diventavano sempre più insidiosi nella sua testa. Ma degli ultimi avvenimenti era assolutamente certa: quel cielo di gesso color verderame se lo sentiva in gola, le opprimeva il petto: decise che non avrebbe riaperto gli occhi col rischio di ritrovarsi immersa in quella mostruosità; decise anche di aspettare che i suoi vacillamenti organici e mentali si placassero un poco poi, ad occhi sempre serrati, senza neanche alzarsi, si sarebbe trascinata all’interno della casa e, solo dopo aver chiuso la porta, avrebbe rischiato di riaprire gli occhi.

Presa questa decisione, si sentì un poco più quieta, più sicura. Constatò con stupore di non sentire più lo stimolo di orinare, allora si portò le mani tra le gambe e si trovò asciutta. Aveva orinato prima di perdere i sensi e non se ne ricordava? Ma no, ma no; era accaduto tutto in pochi secondi, ne era certa: la visione di quel cielo l’aveva stroncata subito.

Sì, ma dopo, quanto a lungo era rimasta priva di sensi? Un’ora, un giorno, una settimana?

Oh, Signore, magari il nipote aveva telefonato o addirittura era venuto a cercarla e lei lì, svenuta, come un’idiota, non aveva risposto, non aveva potuto mettersi in salvo; oh, Dio, Dio.

Fu aggredita dal panico e quindi aprì gli occhi, e subito li richiuse, e li riaprì perché il cane era lì, a mezzo metro da lei. E chiuse ancora gli occhi, li serrò forte. Sentì le mani che le artigliavano il corpo, le braccia, il petto scarno, la gola ardente, e non poteva credere che fossero le sue stesse mani a frugarle addosso la vita e la morte con quella paura vorace.

Il cane era lì. Riuscì a fermarsi le mani, a contenere un attimo il galoppo del cuore e quindi, piano, tornò a schiudere le palpebre e le senti così secche che pensò le si sarebbero frante.

Il cane era lì, il muso tra le zampe, le iridi marroni liquide e velate. Le sembrò vivo e rimase a guardarlo aspettando una reazione da parte della bestia. Si guardarono a lungo finchè lei vide l’umidore di quegli occhi come rapprendersi in un globo perfetto e lucente. Quando la lacrima scivolò sul muso lanoso dell’animale, Anna provò una pena intollerabile.

Comprese che il cane soffriva per lei più che per se stesso; lei pure fu presa da una compassione fitta, dal desiderio struggente di salvare in qualche modo la bestiola o di trovare una soluzione che unisse la propria sorte a quella dell’animale: una pena condivisa e un poco alleggerita.

Si girò su un fianco, accarezzò il cane:

Adesso rientriamo in casa e telefoniamo a Giovanni. Vedrai, lui ci spiegherà tutto e verrà a prenderci. Ci salveremo, in qualche modo. Non piangere.”

Riuscì a tirarsi su. La testa le girava e le dava fitte di malessere e di nausea. Fece cenno al cane. “Vieni” gli disse. Entrarono. Il cane camminava piano, guardingo. Anna ebbe di nuovo paura che la gatta potesse aggredirla. Raggiunse il telefono nel corridoio lanciando in giro occhiate circospette. Compose il numero e, quando accostò il ricevitore all’orecchio, fu presa di nuovo dal terrore; pigiò più volte il pulsante della comunicazione ma lo strumento rimase muto e sordo. Incespicando riuscì a raggiungere il soggiorno, azionò il comando del televisore e anche quest’apparecchio risultò morto. Si ritrovò in camera da letto a pigiare i tasti della radio ma niente, niente, niente. Constatò ottusamente che sembrava non funzionare più niente tranne la luce e anche questo pensiero la spaventò: si chiese come avrebbe fatto se, sopraggiungendo la notte, fosse andata via la luce.

Tentò di respirare più a fondo e si accorse che stava singhiozzando; erano singhiozzi aridi, senza lacrime. Il cane guaì e, a quel lamento, Anna si calmò un poco, gli disse: “Va tutto bene. Sta’ buono, sta’ buono”.

Si sedette, prese il muso del cane fra le mani e sentì un tremore strano nel petto, un’emozione tenace e incontrollabile. Curiosamente, mancandole le forze, sembravano saltare i filtri essenziali che avevano sempre depurato la sua vita emotiva.

Riconobbe distintamente la pietà che provava per l’animale e quel sentimento s’allargava a macchia d’olio comprendendo lei stessa. I meccanismi del suo organismo rallentarono fin quasi a spegnersi; rimase in quella strana penombra interiore dove la sua coscienza tremava come un fuoco fatuo.

Seppe che passavano ore, forse giorni. Che l’agonia sarebbe stata lunga. E quindi seppe che non ci sarebbe stata salvezza, e che non era questa la sua angoscia. E aveva bisogno e paura di frugarsi dentro per recuperare i percorsi che l’avevano condotta fin qui, abitante solitaria di una vecchia casa fra le colline, una vecchia bislacca che tenta di farsi amico un cane per sentirsi meno sola nella morte.

Non m’importa niente di morire – urlò – Non m’è mai importato niente.”

Il cane, spaventato, mormorò ancora un guaito e si rifugiò sotto al tavolo. Anna ansimò. No, non aveva paura della morte, davvero. E infatti non aveva mai nemmeno cercato di farsela amica, quella specie di sorella gemella che aspetta in penombra, al limitare.

Aveva passato buona parte della vita a litigare con Augusta. Poi, quando Augusta era morta, con dolore e, spesso, con disperazione, aveva provato, nonostante l’affetto sincero e la lacerazione, una soddisfazione livida, quasi vendicativa.

La sorella gliel’aveva anche gridato:

Io almeno ce l’ho uno con cui prendermela! Ho pregato tanto in tutta la vita che adesso ho il diritto di insultarlo. Tu con chi litigherai, adesso che me ne vado?”

Quel giorno avevano pianto insieme. Augusta aveva detto:

Ero così sicura, così sicura! A ogni preghiera mi sembrava di riscattare diritti assoluti. Chi più di me meritava una vecchiaia lunga e serena e una morte giusta? La mia vita era così perfetta! Vuoi sapere – aveva detto – vuoi sapere cosa mi fa dannare? Che tu magari morirai tranquilla nel sonno senza neanche un po’ di dolore mentre io sono mesi che soffro e ormai neanche la morfina mi fa quasi più niente. Anna, Anna, – aveva supplicato poi, con un tono che le aveva aggricciato l’anima – la solita iniezione non mi fa più niente. Devi darmene di più, Anna, devi. Ti prego…” le aveva afferrato un lembo della manica e tirava, tirava con la forza morbosa di quel dolore che la macerava. Anna aveva avuto un moto di orrore e si era scostata di scatto. Le labbra di Augusta avevano tremato a lungo. “Ti prego” aveva insistito, con un tono più osceno di una brutta nudità. Anna era uscita dalla stanza quasi di corsa. E aveva aumentato la dose.

Adesso le sembrava di rivederla, di risentire la sua voce nasale, lamentosa che recitava preghiere sempre uguali, come se l’abitudine potesse scongiurare ogni male. E le mancava. Le mancava tutto: Augusta, i suoi pensieri di morte, i suoi libri di santi e di preghiere, il suo odore di chiesa, i suoi abiti scuri. Le mancava Giovanni, il figlio di lei, che pure trovava lento e inetto. Le mancava Rosaria, la donna che, per quasi una vita, periodicamente, l’aveva aiutata nelle faccende di casa e che lei, tre anni prima, aveva cacciato via, come si caccia un cane che è diventato troppo vecchio e la cui fedeltà incimurrita dà solo noia.

Col passare degli anni aveva fatto pulizia intorno a sé: via Rosaria, via il vecchio giardiniere e anche il figlio di lui, via il contadino, via il fruttivendolo che le portava la spesa fino a casa e che trovava sempre il modo di imbrogliarla sul peso e sui prezzi. Via, via tutti. Sola. Lo sguardo poteva spaziare interamente nel cerchio dell’orizzonte senza inciampare in ostacoli umani.

Essere sola le dava la qualità della limpidezza e col passare degli anni questo bisogno di nitore era diventato assoluto: il silenzio s’era infittito e condensato in una sfera di cristallo su cui tintinnavano brevemente i segnali delle vite altrui. Il cinguettìo degli uccelli, al mattino presto; il lavorìo delle foglie nel vento: un frugare, quasi un frinire. Il guaito del cane, nel campo dei vicini, un chilometro più in là…. i vicini. Aveva talmente escluso il dettaglio umano dal suo orizzonte di consuetudini che non s’era ricordata dei vicini. Avrebbe potuto raggiungerli. Anzi, per essere più sicura, avrebbe potuto accendere un fuoco nello piazzale di ghiaia sul retro della casa e, attivato quel segnale d’allarme, avviarsi in quell’aria verderame e andare in cerca d’aiuto. Naturalmente avrebbe portato il cane. Che altro? La domanda la inchiodò. Che altro? Nulla. Non c’era niente di sé che avesse bisogno o solo voglia di salvare. Si mormorò addosso questa pena inetta: “Nulla, nulla, nulla.” E ripetendola sentì che qualcosa, da dietro alle scapole, le premeva dentro. Ma non capiva, non sapeva, provava una stanchezza vacua e venefica.

Si ripeteva che era importante accendere il fuoco. Un fuoco grande, mischiando legna fresca per fare molto fumo. L’avrebbero visto anche gli altri vicini, quelli più a est; e anche più in là, fino al paese.

Il pensiero dei vicini tornò a sollecitarle altre urgenze che, però, non avevano consistenza, né utilità, né cognizione di causa. Tentò di razionalizzare: non ricordava neanche uno dei nomi dei suoi vicini. Nessun nome. Pure, due volte alla settimana, raggiungeva a piedi la loro masseria per comprare le uova, i formaggi, le verdure. Ma nessun nome. E dietro quell’omissione c’era anche l’assenza dei volti, delle voci. Di nuovo fu presa dalla stanchezza e da quelle malefiche, fumose urgenze.

Dio, Dio, – si disse – devo far presto ad accendere il fuoco.”

Ma, ormai, non l’avrebbe più fatto: ridicolmente, s’era seduta con la testa tra le mani e i gomiti poggiati sul tavolo. Seduta, svuotata, ottusa; la mente fissa a cercare di ricordare un nome. Nessun nome, nessun volto. Vedeva distintamente il gesto delle proprie mani nell’atto di prendere roba e scambiare denaro. Ma dietro quel gesto non c’era altro. Un muro di vetro, una trasparenza claustrale. Pur sfuggendole il senso, pensò che non avrebbe potuto chiedere aiuto a nessuno se prima non avesse ricordato almeno un nome. Si agitò sulla sedia perché, d’un tratto, le sembrò che un nome fosse chiuso lì, in quel punto fra le scapole che continuava a premere verso il dentro. Il dentro di che? Ah, era una cosa folle, folle. Rialzando la testa, incontrò ancora gli occhi del cane. La sua fedeltà, quella forma di amore che sembrava accogliere anche gli scarti del bisogno, meritava salvezza.

Devi salvarti” gli disse. Per sé, non si sentiva più di penare. Desiderava soltanto salvare il cane, e questo desiderio si faceva struggente se indugiava con i propri negli occhi della bestiola. Due occhi di un marrone chiaro, con la pupilla nitida e dilatata, come a trasfondere in sé ogni gesto della padrona. Anna non si mosse dal tavolo. Parlò. Perché a volte, il movimento, per quanto minimo, rompe il muro, l’involucro della difesa e ci rende fragili alle emozioni. Lei invece pietrificò in sé l’azione e l’intensità del bisogno. Parlò guardando una vecchia bruciatura sul ripiano vecchio del tavolo.

Teta è sparita; -disse- è sparita brontolando una cattiveria di cui non m’ero mai accorta. Prima di andarsene, s’è girata a guardarmi e mi ha fatto paura. Sì, ho avuto paura di Teta. Lo dico e mi sembra ridicolo, ma è così. -tacque, inseguendo pensieri che le sfuggivano un attimo prima della chiarezza. -Pensare che le volevo così bene, stupida gatta. Adesso non ricordo perché a lei ho dato un nome e a te no. -il cane agitò le orecchie, Anna si agitò sulla sedia- Questa storia dei nomi mi opprime, mi…sbanda; non so perché, all’improvviso, è diventata così importante. Che te ne fai tu di un nome? -disse senza guardarlo ma cogliendo di nuovo, nella periferia del proprio sguardo, il movimento attento delle orecchie dell’animale- Mi bastava un cenno con la testa, o un piccolo fischio, o un battito di mani e tu eri lì. Eri lì quando mi sono svegliata. Tu sì e Teta no; lei si è salvata, sono sicura. -deglutì con un po’ di fatica- Tu pure avresti potuto salvarti. Perché sei rimasto? -deglutì ancora ma aveva la gola arsa- Io penso che potresti ancora farlo. Salvarti, voglio dire. Non so cosa tu stia a fare qui. -fissò con forza lo sguardo in quelle iridi chiare- Non c’è più niente da fare. Non ricordo nessun nome e non ho niente da salvare. Te ne puoi andare, hai capito? Vattene, maledetto te, vattene!” la voce le era diventata alta e stridula e girò la testa dall’altra parte.

Seguì il silenzio. Per un attimo udì un movimento cauto nella distanza, ma un sibilo di sangue le riempì le orecchie e non potè cogliere. Seppe solo che, finalmente, il cane era andato. Non c’era davvero più bisogno di niente, adesso. Anche quella ridicola storia dei nomi non aveva più importanza. Anzi, si stupiva d’essersi invischiata tanto in una cosa così irrilevante. Avrebbe aspettato ancora un poco perché cessasse quel frastuono nella testa, poi sarebbe andata a distendersi sul letto e avrebbe aspettato.

Dunque.

Sì, avrebbe aspettato che quello strano fenomeno si esaurisse. Che qualcuno si ricordasse di lei. Che la radio, il telefono, la tivù, tornassero a funzionare. Ma certo, era semplice, bisognava solo aspettare.

E se no?

E se no, no. Avrebbe aspettato. Alla peggio, cosa poteva capitarle? Di morire? E sia. Morire. Cosa sarà mai? Sarebbe morta tranquilla nel proprio letto, in barba a tutti; magari, nei paesi, per le strade, la gente urlava e si agitava in cerca di salvezza. Lei no. Sarebbe rimasta lì, composta. Aveva solo da contenere quel residuo di ansia che insisteva a premerle tra le scapole, premeva verso il dentro, verso un punto imprecisato dove evaporava in una sensazione indefinibile e fluttuante. In quel passaggio da dietro alla fossa del petto, era compreso il nome. Il nome. Il nome. Nessun nome. Nessun volto. E questo niente le bruciava la gola. E allora si alzò, perché qualcosa doveva esser fatto, qualcosa doveva avvenire e compiersi. Si alzò perché l’assenza totale le dava un urto folle in quel dentro che non sapeva più comprimere. Si alzò in un istante infinito prima di realizzare che il cane era sempre lì.

Sì, si era mosso. Era venuto ad accucciarsi ai suoi piedi, il muso poggiato sulle zampe e gli occhi liquidi fissi su di lei.

Lei pensò di gridargli di andar via, persino di tirargli un calcio sul muso, se non si fosse deciso. Invece si ritrovò con la testa dell’animale poggiata sul grembo e la sua propria voce lamentosa che mormorava, tra una carezza e l’altra: “Te ne devi andare. Va’ via, per favore, salvati!”

Il pianto le gocciolava sulle mani e, in qualche modo, quel flusso alterato dentro di lei si placò.

Dunque.

Bisognava organizzare qualcosa. Una forma di resistenza. Organizzare la scorta dei viveri, per esempio. Per prima cosa l’acqua.

Il nome.

Il cane le zampettava dietro. Ogni tanto si accucciava, placido, aspettava che lei smettesse i suoi affanni. Una cosa la turbava; tornava ad affacciarsi come di sbieco sull’orlo della memoria, quasi uno sguardo maligno che la scrutasse in tralice; ma se appena tentava di afferrarne la consistenza, le si sperdeva. E anzi, lei stessa, nel contatto minimo con gli oggetti, si stemperava: toccò la sedia e si sentì legno, toccò la bottiglia e si sentì vetro, toccò una mela e si sentì allappata al frutto; poi toccò l’acqua e si sentì di nuovo il pianto, ma era un pianto secco che le trafiggeva gli occhi con punture di spillo. E, ad ogni trafittura, seppe ancora che era legato il nome. Il nome.

Il nome era scritto… in un campo di grano, tra papaveri rossi che ammiccavano tra le spighe quasi mature.

Cos’è stato” aveva detto. Lui le si era steso accanto senza parlare. Erano sudati. Lei aveva fatto una lunga corsa in bici; in che modo lui l’aveva raggiunta? Si era lasciata cadere perché il caldo e lo sforzo della corsa le avevano dato una vertigine. Era lì, in affanno, e il grano era prossimo alla maturazione e la terra, secca, si sgranava e accoglieva in sé il calore del sole e lo tratteneva e lo fermentava; e il cielo, quasi bianco nella caligine dell’arsura, si curvava e cedeva; e i papaveri, così rossi, con quell’occhio nero al centro, parevano cuori pulsanti.

Cos’è stato?” la domanda era rimasta sospesa.

Lui aveva strappato il gambo di un papavero e adesso i petali le solleticavano il volto.

La vertigine della corsa perdurava, anzi le dilatava le vene della gola facendole pulsare l’incavo delle braccia, i polsi, le tempie… i petali le avevano solleticato il collo e, in quel punto preciso, lei aveva sentito un nodo.

Non aveva mai saputo cosa fosse una carezza, non le interessava saperlo; era lì perché la vertigine la schiacciava, perché il grano le crocchiava sotto la pelle e il calore della terra la spossava fino al limite del delirio. I petali rossi sulla gola e poi, lentamente, al centro del petto, la pelle velata di sudore; il frinire delle cicale, curiosamente, arrivava a premerle le reni che sembravano voler seguire l’insistenza di un richiamo. Il fiore l’aveva carezzata a lungo in quella specie di sopore allertato.

Era stato quando la mano di lui le aveva sfiorato un seno e le si era posata nel morbido della pancia; attraverso la stoffa lei aveva sentito la durezza callosa di quella mano estranea e, a quel contatto, aveva sbarrato gli occhi in quelli del giovane che le erano sembrati d’un azzurro antico e velato.

No, lui non era sudato; nonostante la pelle cotta dal sole, le parve pallido e contratto in una tensione interiore. Teneva gli occhi azzurri fissi nei suoi e lei riconobbe quello sguardo: la seguiva da anni, da quando si erano incontrati per la prima volta sui banchi di scuola. Le era rimasto accanto tutto quel tempo e solo adesso lei capiva. E però, questa chiarezza, la gettava nel caos. Sentiva ancora il contatto morbido dei petali, il profumo amaro del papavero, la fragranza quasi febbrile e febbricitante del grano gravido.

Cos’è stato?” non l’aveva detto, l’aveva pensato. Si era mossa perché un largo sasso le premeva contro un fianco. Si mosse e il sasso pure scivolò più in basso; sentì la sporgenza dura della pietra premerle contro le natiche e un po’ oltre, in un punto così preciso, così sfuggente. Fu quasi una fiammata. I petali rossi le palpavano il respiro e lei non sapeva cosa fosse quell’affanno. Sentiva i propri fianchi muoversi intorno alla sporgenza della pietra, come cercando un punto più preciso, più profondo. In quel punto arrivò la mano di lui, leggera; dura, callosa e lieve. Il respiro le si fermò per un lungo istante: quella cosa era così intensa che lei sentiva il bisogno di trattenerla: inspirava, inspirava e quella palla di fuoco si gonfiava dentro di lei e lei non sapeva come fare. Di nuovo spalancò gli occhi in quelli del giovane e il sorriso che vide la smarrì.

Pensò di alzarsi, volle alzarsi, ma la mano di lui s’era fatta di velluto: frugava e insisteva e quando si allontanava i fianchi di lei tremavano. Lui la baciò appena, a labbra chiuse; lei sentì l’odore del tabacco e volle aspirarlo con la bocca, con la gola. Lo aspirò dalla bocca con la bocca, lo assaporò, lo inglobò a lungo e infine, con la propria, tenne ferma la mano di lui nel sussulto dei fianchi.

Da quel momento lo aveva cancellato. Eliminato. Semplicemente un nome depennato da una lista. Cambiava strada per non incontrarlo, cambiava orari, abitudini. E se, nonostante questo, le capitava d’incontrarlo, distoglieva gli occhi per un fastidio intollerabile. Il solo pensare che lui esisteva e serbava in sé il ricordo di quel pomeriggio, di quella orribile intimità, le accendeva dentro un rancore furioso.

Un giorno aveva incrociato i suoi occhi. Azzurri. Il viso così scuro, i capelli neri e gli occhi più che chiari: limpidi e dolenti. Qualcosa dentro le si era mosso facendola esitare; ma quando lo aveva visto avvicinarsi, con la sua trepidazione cauta, non aveva perso tempo a cercare di capire quel che provava: era violento e incomprensibile, le rivoltava qualcosa alla bocca dello stomaco e, a quel fastidio, preferì fuggire.

Accadde ancora una volta, parecchi mesi dopo.

Una festa di compleanno, balli, risate sciocche, un gioco fra amiche, qualche bicchiere di troppo. Quasi mezzanotte e la luna piena inargentava la pietra chiara dei vicoli. Camminava insieme ad un’amica che era più brilla di lei. Ridevano. L’alcol le aveva reso molli persino le ossa: sentiva che la vita le pulsava dentro a un tale ritmo che qualunque cosa, odori, rumori, colori, le lasciavano una sorta di abbaglio interiore, un costante trasalimento. Aveva accompagnato l’amica e le restava ancora un piccolo tratto di strada: trovava insopportabile tornare a casa, sdraiarsi sul letto e cercare inutilmente di dormire.

Lui era lì, seduto su un muretto, le gambe allungate. Anche a quella distanza, senza guardarlo, lei seppe che aveva la sigaretta fra le labbra. E fu quell’odore di tabacco che, di nuovo, raggiunse il fulcro di lei e la sconvolse. Lui le venne incontro, deciso; con un gesto secco lasciò cadere la sigaretta e lei se ne rammaricò. Disse:

Dobbiamo parlare”

Lei, pur tremando dentro, fece spallucce:

Non c’è niente da dire. Devi solo starmi alla larga”

Si sentì prendere per le spalle e spingere contro il muro, gli occhi azzurri a frugarle dentro.

Non è così. Io so che non è così”

E invece sì -lo sfidò lei- Non voglio né vederti né sentirti” avrebbe voluto aggiungere qualcosa di più forte per manifestargli il suo fastidio e il suo disprezzo, ma non trovò le parole.

Lui la lasciò andare di colpo, restandole di fronte, senza muoversi:
“Va bene -disse- vattene allora.”

Lei vacillò, stupita di non doversi difendere e furiosa perché nel sangue le urgeva un desiderio di lotta. Non si mosse; lo fissò:

Non darmi ordini: decido io quando e dove andare.”

Senza capire come, vide che le veniva ancora più vicino. Fu stordita dall’odore del tabacco e piegò appena la testa da un lato per coglierlo. Incontrò le sue labbra e il suo odore, la consistenza solida del suo corpo, dei muscoli, il respiro contratto a trattenere un impeto di violenza. La lingua di lui era aspra per il troppo fumo, avrebbe voluto disgustarsene e, invece, la sua gola sembrava averne sete. Voleva fuggire e voleva restare; avrebbe voluto un coltello fra le mani per trafiggergli un fianco. Capì invece che lei avrebbe potuto e voluto essere trafitta; sconfitta, penetrata in ogni cellula. Fu consapevole di quel desiderio violento che diventava livore perché lui, con le mani, le carezzava i fianchi, i seni, le labbra, il viso; ma in quel punto la toccava appena, con una cura, un amore che la invelenivano. Allora se lo tirò contro, scoprendo che sporgenze e cavità acquistavano un senso e un fine precisi. Che forse, in quel modo, qualunque cosa trovava collocazione; un ordinamento universale di cui teneva saldamente un filo.

Si sentiva lucida, pronta, limpida come quella luna di primavera. Un calore umido si allargava in un suo centro segreto. Le cellule, i muscoli, la pelle, la carne, il corpo intero aveva una memoria altra dalla sua. Si sentiva pura emanazione, un nodo lentamente liberato. Sapeva che l’affanno del respiro la tradiva e, quando lui prese piano a morderle i seni, un suono inverosimile le gorgogliò nella gola. Sentendo la durezza di lui fu presa da una smania furiosa: non poteva più tollerare la sua pazienza. Affondò le dita in quel lembo di stoffa tesa, nei bottoni; lì lo trovò, lo liberò, lo sfiorò e lo trattenne; lui aspirò l’aria come dovesse immergersi nel mare. E così fece. E mentre lui affondava e sfiorava il fondo e affiorava e tornava, toccando il lato oscuro della vita, lei invece si sentiva emergere, il respiro come una bolla d’aria che la faceva leggera e la spingeva verso la luce.

La luce fu un lungo lampo. La congiunzione semplice di due opposte oscillazioni. La testa di lei contro il muro di pietra, la gola rivolta alla luna, le unghie affondate nelle spalle di lui.

Gli atti sono sigilli, un marchio che dà nome a pensieri e intenzioni segrete. Ma a volte il sigillo non tiene, i pensieri scivolano via, come sabbia da una clessidra rotta, le intenzioni si sperdono e si confondono. Le parole diventano una forzatura, un torrente addomesticato in un canale. Una oscenità, una sicurezza.

Lo aveva rivisto ancora? Non sapeva. Ma di sicuro non più così. Ricordava che, dopo un po’, era partito. Lo aveva saputo da un’amica, molti giorni dopo. La notizia le aveva dato un affanno, una smania incontenibile. La partenza di lui, senza più una parola, un ultimo tentativo, senza più darle la possibilità di ostentargli il velenoso disprezzo che provava; la distanza che ora lui le imponeva, inattesa e incolmabile, la rendevano impotente e livida. Suo malgrado, la mente le tornava a quella sera di luna piena, all’odore di tabacco, alla sensazione scabra della pietra contro le proprie natiche denudate. Avrebbe voluto liberarsi in modo totale e definitivo di quel ricordo, tanto più che lui, partendo, aveva in qualche modo reso eterno il momento; invece la memoria sembrava avere vita propria e la tormentava, le inarcava la schiena in un soprassalto di furia e di struggimento.

Passarono settimane. Un giorno fu tentata di chiedere notizie di lui e di un suo possibile ritorno. Non le era mai capitato di andarci, ma sapeva dov’era la casa.

L’estrema periferia del paese, le stradine in terra battuta: pochi passi e già le scarpe s’imbiancavano di polvere arsa; le siepi di pietra in più punti rabberciate; qua e là, alberi di fico che dalle siepi sporgevano come ammiccando ai passanti; ma, più di tutto, la geometria asimmetrica, inconcludente delle case; un senso di precarietà che arrivava a contaminarti l’anima, e la vita umana, più che altrove, appariva qual era: un evento transitorio, un dato irrilevante. Si aggirò ottusamente nei dintorni per una mezz’ora, chiedendosi quale urgenza l’avesse spinta in quel luogo dove, più che i sogni, ti salvava la dimenticanza.

Andò via con un senso di stupore: ma sì, sì, c’era stato qualcosa di forte fra loro due. Sì, lui aveva coltivato quell’emozione già solo con gli sguardi, le attese, il ruminìo paziente dei piccoli eventi. Lei, invece, con le sue fughe e il trapestìo di un’attrazione oscura, aveva dato fuoco a… a cosa, in realtà? Nulla. Una cosa da ragazzi, un’ubriacatura. E infatti, quella sera era decisamente brilla; ecco qua: lei era brilla e spossata dalla musica, dai troppi dolci, dalle chiacchiere e lui si era approfittato di lei. Com’è che non lo aveva capito prima? Si era approfittato di lei. Bifolco. Maledetto cafone. La rabbia le stringeva lo stomaco al solo pensiero di lui e delle sue mani callose, terrose e terragne, ruvide come carta vetro. E con quelle mani lui l’aveva toccata: lì, lì e lì; l’aveva frugata, sfiorata, frantumata e sparpagliata; e poi, di colpo, come un fiotto di lava, fusa e riunificata.

Bene; era accaduto semplicemente questo: lei era stata stupida a non capire subito ma, d’altra parte, l’incidente si era chiuso senza conseguenze: nessuno sapeva niente e lei stessa, camminando verso casa, sentì che il ricordo le si sfaldava e lei lo lasciava scivolare giù in squame forforose, si sperdeva come la polvere biancastra che le aveva imbrattato le scarpe e di cui adesso si liberava sbattendo forte i piedi sul selciato. Paf, paf; due piccole nuvolette gessose. Una porta che sbatte. Murata. Un progressivo deserto. Una purificazione come di pelle ripetutamente calcinata. Il ricordo era morto. Lui era partito. La vita era quella di prima.

Adesso toccò il muso del cane e comprese che era stato qualcosa nello sguardo dell’animale a riportarle alla memoria quel… come avrebbe potuto definirlo? Evento? Frammento di vita? Relazione? Relazione no; in fondo, il tutto si riduceva ad un unico episodio. Che nome dare a quella cosa un po’ oscena?

Il nome. Ecco, il nome. Anche il nome di lui era rimasto sepolto dietro la porta murata. Oh Dio, non era possibile, più lei si affannava nella ricerca, più i nomi le mancavano. Erano stati compagni di scuola per tutte le elementari, poi gli anni degli sguardi e delle attese, poi quella cosa innominabile che, grazie a Dio, era accaduta una volta sola… forse due, a voler considerare quei palpeggiamenti estenuanti, in quel giorno d’estate, storditi dal profumo del grano e dei papaveri.

E dopo tutto questo, lei non riusciva a ricordare il nome.

Prese carta e penna e cominciò a scrivere tutti i nomi della sua vita: sua madre, suo padre, sua sorella Augusta, i nonni, una zia materna, una zia paterna, va bene; cugini niente, non ne aveva avuti… ma il nome, il nome di lui, un nome da dare al dolore di quegli occhi che, dal passato, la raggiungevano e le mormoravano addosso. Frugava, frugava e il nome si allontanava.

E infine, ancora, lei pure si allontanò.

Il ritorno fu faticoso. Si ritrovò semi sdraiata sul divano, la testa reclinata e un filo di saliva che le inumidiva parte della guancia. Le mancava il respiro e sentiva un dolore terribile nel torace. Certo, avrebbe avuto bisogno di un medico.

Respira piano -si disse- respira piano”

Si lasciò scivolare. Fu mentre il dolore si allentava che il nome le sfiorò la lingua: “N” registrò. Quest’unica lettera era riuscita ad afferrare. “N”. Allora Nicola? Nanni? Nino? No, no, nessuno di questi. Era esasperata e una forma di violenta agitazione interiore, insieme al persistere della fitta al petto, le rendeva penoso anche il solo restare seduta.

E’ ridicolo -si disse a voce fin troppo alta. E adesso si sentiva pronta, decisa- Spaccati, maledetto, spaccati!”

Si percosse violentemente il petto fino a farsi dolere lo sterno, poi si bloccò e rise perché, a quei colpi, il suo cuore aveva ripreso il ritmo.

Ma che meraviglia” disse, alzandosi. Camminò a grandi passi; a gran voce chiamò la gatta:

Teta, vieni qui! Vieni qui, bestia malefica e traditrice!”

Cercò sotto ai letti, spostò un paio di poltrone, guardò sotto all’armadio, dietro al mobile della tivù. Il cane rimase quieto. Anna si stancò, si sedette. Guardò fuori. Un mondo di pietra. Però rarefatto, distaccato, come una foto finta. Il silenzio era vuoto e opprimeva. Il cane era accucciato di fronte a lei.

Quanto ci metterò a morire?”

Il cane piegò ancora di più le orecchie e ritrasse la testa. Anna si vergognò, si corresse:

Quanto tempo ci metteremo a morire?”

Sorrise. Anche una parte della sua mente si staccò, dolcemente.

Scopriva che la sua vita aveva degli incastri precisi, un filo che sottende la semplice apparenza degli avvenimenti. E che quel filo si allungava, si sdipanava anche nelle vite altrui. E quindi? Quindi non sapeva, era stanca adesso. Questa semplice constatazione le era sufficiente, le liberava la gola, mentre il cane le strusciava il muso contro la gamba e lei lo accarezzava e comprendeva tristezza e tenerezza.

Era veramente molto stanca.

Si alzò e, senza sentire la resistenza del corpo, fu subito fuori. Fuori; in una penombra che sembrava un eterno crepuscolo. Il cane mugolava.

Va tutto bene. Va tutto bene.”

Non fu faticoso raggiungere la vecchia quercia, la sua vecchia amica.

Si accoccolò nella ferita del tronco, uno squarcio aperto anni prima da un fulmine. Si accoccolò, si accucciò, si rannicchiò; si sentì risucchiare in sé come una lumaca nel guscio. La lingua del cane le lambì il volto e lei provò una dolcezza infinita. Non temeva più niente, neanche per lui. Sentì che tutto era giusto, che era un passero al primo volo, in attesa di un refolo di vento. Ebbe il timore che qualcosa in lei potesse non essere pronto e si sentì struggere in un cedimento antico. E finalmente il nome le si sciolse sulla lingua. “Antonio” disse. Ricordò. Antonio. Le sembrò di sentire l’odore di tabacco e la fragranza del grano. Aprì gli occhi per trovare quelli di lui, li aprì e li aprì, fino alla soglia del bianco e verso lo splendore azzurro del cielo.