UN RACCONTO DI GRAZIA D’ALTILIA: NEL PENSARE A BASSA VOCE

 In autori emergenti

UN RACCONTO DI GRAZIA D'ALTILIA- NEL PENSARE A BASSA VOCE

Una nuova rubrica per dare spazio agli autori emergenti: settimanalmente verranno pubblicate opere letterarie che hanno partecipato al Primo Concorso Arnanah.

Autore: Grazia d’Altilia

     Titolo: NEL PENSARE A BASSA VOCE

   § § § 

Salvatore. Un addome proteso e l’ombelico guscio di chiocciola spiaccicato sotto la sottile maglietta corta e slargata. Tre più cinque i suoi anni. Tre dita alzate alla mano sinistra e l’intera mano destra spalancata a ventaglio. E’ così che risponde alla domanda volta a conoscerne l’età. Non sempre però. A volte insacca le mani strette a pugno nelle tasche e copre il viso di un’aria minacciosa. Corruccia le sopracciglia, fa gli occhi brutti e mostra i denti con ferocia.

Non fare lo stupidino!” lo apostrofa la maestra quando la responsabile dell’equipe, che deciderà della necessità o meno di confermargli le ore di sostegno, ha cercato un approccio. L’approccio dell’adulto impregnato di un ruolo importante, indossato come le mutande al mattino. Meccanicamente. Infilate perché regola insita al gruppo d’appartenenza sociale l’una, rivestito nel nome di una laurea e di una qualifica professionale l’altra. Il ruolo che somiglia a delle mutande. Non sempre però. Non per tutti, però.

Salvatore è un bambino, ma la banalità e la piattezza del tono di voce della signora inghirlandata come un albero di Natale e la faccia da scovare sotto il pesante trucco non gli lasciano scelta. Non sventaglia le dita, non corruccia le sopracciglia, non digrigna i denti. Semplicemente si gira e fa per andarsene.

“Salvatore, ma che modi sono questi. Rispondi alla dottoressa che altrimenti pensa che non sai quanti anni hai.” continua la maestra che lo accompagna e che dovrebbe rappresentare la garante dell’approccio e che un pò ci tiene a dimostrare quanto l’estensione di quelle otto dita sia merito delle sue insistenze.

Ho otto anni…Beh?! Cosa importa a questa se ho otto o sei o cinque anni?! Niente. E allora io non glielo dico. Non glielo dico perché a otto anni si fa la terza elementare che io invece faccio la seconda; e perché non voglio far fare bella figura alla maestra Gianna che prima mi schiaccia le unghia e poi mi conta le dita e mi dà pure gli scappellotti alla testa; e perché fuori c’è mamma che a me ci può pensare lei…

Quando vede una persona per la prima volta, si comporta spesso in questo modo. Poi, magari, basta poco per prendersi troppa confidenza. Noi lo conosciamo e non ci facciamo più caso…” spiega Gianna coinvolgendo nel suo giudizio l’intero team degli insegnanti, sebbene con le colleghe ci lavori da poco più di sei sette mesi e da altrettanto tempo segua il ragazzino.

Salvatore, dai vieni che la dottoressa pensa che sei maleducato!”.

La maleducazione è il concetto cui si ricorre con maggiore assiduità quando si tratta di spiegare condotte che deviano da quelle codificate come consone a certe situazioni. Mai che sorgano dubbi a precedere e a incenerire l’istintivo pensiero della maleducazione e a sostituirlo con tentativi di diversa comprensione.

Salvatore sei maleducato! ….

Ieri sera mamma ha preparato la pizza. Mi piace guardare. Mamma, però, mi allontana con il gomito che spingo la testa sopra la ciotola dove impasta e mi urla di spostarmi. Ieri sera ha urlato e poi ha sollevato la mano da dentro la ciotola e mi ha tirato uno schiaffo che mi ha lasciato penzolare pezzi di pasta sulla guancia e uno vicino al labbro che con la lingua ho tirato in bocca. Anche mamma è maleducata?!

Poi è arrivato papà. Me ne sono accorto subito, perché quando chiude la porta fa tremare i bicchieri nel mobile. Io avevo ancora la guancia sporca e mamma affondava i pugni nella ciotola e la farina si mangiava l’acqua che ci aveva versato dentro perché la pasta era ancora dura. Papà aveva fame e allora si è messo a gridare. Ha aperto il frigo; ha preso una birra. Quando l’ha scolata, ha buttato la bottiglia sul tavolo e meno male che non si è rotta, e se n’è andato. Ha sbattuto la porta e i bicchieri nel mobile hanno tremato più forte che sono stati bravi a restare in piedi. Anche papà è un maleducato?!”

Dà le spalle e fa per andarsene. Lesta, Gianna lo blocca afferrandolo per un braccio. C’è una richiesta di complicità nello sguardo dell’insegnante sebbene la stretta sia una chiara domanda di obbedienza. Solitamente non va tanto per le lunghe. Doma le ribellioni mettendolo a sedere e incastrandolo tra il muro dietro e il banco avanti, tenuto a sua volta bloccato da quello suo posizionato di fronte e tutto questo prima che Salvatore scalci riversandosi a terra. La mole e la forza della donna non trovano ostacolo. Sembra quasi una montagna. Una montagna di roccia che non sgretola ad alcun altro pensiero se non alla prova visibile di essere ubbidita. Solo allora tira a sé il proprio banco e poi quello di Salvatore, liberandolo. Eppure la poderosa presenza e la rigidità di taluni principi non la salvano da ricorrenti e inspiegabili malesseri. Pressione alta, pressione bassa, svenimenti, capogiri….e l’ambulanza che arriva e si ferma davanti alla scuola. Circa una mezz’oretta e la montagna si rialza tra un nutrito elenco di scuse. Qualche giorno di malattia e poi il rientro a gestire quel bambino che quest’anno le è toccato.

Stamattina ha dovuto controllarsi: uno sguardo per dirgli di fare il bravo, una stretta per ricordargli di ubbidire.

Mi fai male! Vuoi far credere di essere amica mia? Ma se quando mi tieni stretto al muro, guardi fisso fuori dalla finestra e tieni gli occhi spalancati che conto fino a dieci e ricomincio a contare da uno e li tieni ancora sbarrati e che quasi mi fai paura e allora faccio un po’ di rumore, ma poco perché non si muove la sedia e non si muove il banco anche se spingo forte e tu neanche mi vedi, e sembri partita su una nuvola anche se tu a me dici sempre – Cadi dalle nuvole?- …..

E che si cade dalle nuvole?! Io non salgo sulle nuvole. Ma a volte si cade senza salire sulle nuvole. Un giorno ho visto anche mamma cadere. Mi ha raccomandato di non raccontarlo a nessuno, forse perché è stato papà a farla cadere. Papà urlava e diceva che se ne andava da casa nostra e mamma minacciava di dirlo al suo papà, il nonno, che non glielo avrebbe permesso di lasciare sola la mamma. Allora papà si è arrabbiato tanto e l’ha spinta. Lei è caduta come un birillo quando gli lancio la palla contro. Solo che i birilli non si fanno male, mentre mamma quando si è rialzata piangeva. Ha zoppicato come una vecchietta per tanti giorni e ai nonni ha raccontato di essere caduta dalla scala, dove stava sopra, per togliere la tenda. Ma noi non ce l’abbiamo la tenda. Nonna mi ha guardato, un po’ come oggi mi ha guardato la maestra per chiedermi di essere buono, e quel giorno per chiedermi di dire la verità. Io ho abbassato gli occhi, perché avevo davanti a mamma incrociato le dita e ci avevo baciato sopra.

Salvatore la guarda, poi con la coda dell’occhio guarda la donna che lo sta aspettando, guarda la collana che con perle azzurre penzola dal prosperoso decolté. La maestra allenta la stretta per subito pinzare sul braccio a richiedere attenzione. Solitamente il ragazzino non va molto per le lunghe, dimenandosi e calciando dopo essersi fatto cadere. Forse, quella visita ha indotto autocontrollo. In fondo, la donna è un’estranea; agli estranei o non si parla o si fornisce una “buona” immagine….e che importa se poco veritiera!

Non rispondo e voglio girarmi. Papà dice , quando mi giro, “Che dai il culo, maleducato!”. Sono maleducato. Mi serve l’educazione. Io, però, proprio non la capisco e perciò non mi piace. Mi piace , invece, la collana che, quando la signora si muove un po’, dondola avanti e indietro come un’altalena sotto le tette. Ci appenderei il soldatino con il fucile che si aggancerebbe bene. Lui. E avanti e indietro si divertirebbe lui sotto quelle tette e ad agganciarlo più sopra le toccherebbe pure. Papà proprio non potrei appenderlo che a lui piacerebbe che quando guarda la TV e qualche signorina esce col vestito scollato dice sempre <ah, quanto vorrei riempirmi le mani!>, poi si gira verso mamma e dice <non come te che sei una tavolozza> e si struscia le mani al petto per far vedere che arrivano giù facile facile.

Alla signora non piacerebbe che il mio papà si appendesse alla collana che la romperebbe e che toccherebbe le sue tette; e neanche piacerebbe alla mamma che guardando alla TV le signorine e i giovanotti belli risponde sempre <ma tu ti sei guardato allo specchio? Io sono tavolozza e tu manco il piede che la mantiene!> e poi dice che quando si è marito e moglie, la moglie deve pensare solo al marito e il marito solo alla moglie. Poi fanno la lite e parole brutte volano da tutte le parti e se mi trovo in mezzo mi sposto che divento sordo e perché sono parole che puzzano di vino o di birra e anche l’aria che sputa mamma, qualche volta, non mi piace. Forse sarà colpa della bottiglia che pare piena di pipì e che nasconde dietro al detersivo dei piatti. Ma io non dico niente a nessuno che l’ho scoperto sennò mi tira due ceffoni e mi mette paura, perché se a papà dice che non ho fatto il bravo, devo contare fino a dieci e ricominciare da uno per tutti i ceffoni che devo parare. Forse non sono così tanti e sono cattivo a pensare che papà è cattivo e avrebbe ragione che a fare la spia non è cosa bella.

Allora, oggi, è meglio che papà non c’è, che non vede le tette della signora; mamma le vedrà e scoppierà d’invidia. Ma non litigheranno….tanto papà non sa che mamma doveva incontrare la signora e mamma lo terrà a segreto senza dire niente a papà che si arrabbia quando agli estranei parla di me e la sgrida < i fatti nostri sono fatti nostri, sta bocca aperta! > Ed anche quando dice così, un po’ di ragione ce l’ha perché i denti di mamma sono tutti neri e spezzati e un poco più bella lo è davvero quando tiene la bocca chiusa. Ma non è per fare un complimento che consiglia di appiccicare le labbra. Papà non usa parola belle. O sono brutte. O sono normali. Normali come quelle della maestra Gianna e dell’altra maestra Gabriella che mi mostra le figure degli animali della frutta dei vestiti e mi fa mettere in ordine le storie e me le fa raccontare che tante volte mi stufo. Un’altra maestra, che non era proprio una maestra e che si chiama Maria mi raccontava parole normali e in mezzo ci metteva qualcuna bella che mi piaceva assai anche perché quando le uscivano, con una mano mi lisciava i capelli o mi tirava un pizzicotto sulla guancia, ma piano, o mi faceva sparire la mano sotto alla sua che restava poggiata alla mia…poi Maria se ne è andata via, che veniva anche a casa mia.

La maestra Gianna non molla la stretta e non distoglie lo sguardo dal bambino che fissa invece l’altra donna , impettita nel ruolo di capo mentre aspetta che Salvatore le sia portato come carta sulla scrivania.

Vuoi far vedere alla signora come sei bravo a disegnare?!” e allentando la morsa delle dita,lo convince a raggiungere la cattedra dietro alla quale il decolté prosperoso s’è accomodato.

Foglio e colori sono suoi amici. Quelli fatti di carne e ossa lo temono, evitandolo per via della facilità reattiva fatta di spintoni e di strappi di quaderni di fronte a ogni piccola controversia…”Totò Rina….Totò Rina…” esplode con orgoglio. Di amici non ne ha per via del tanfo che lo avvolge come il guscio intorno al mallo. Bisogna farsi il naso. E d’inverno in classe almeno una finestra resta socchiusa. Il più del tempo, però, è fuori con Gianna, nel corridoio lungo e largo dove ce ne vuole prima che l’aria si saturi.

Stamattina,tutte le finestre sono spalancate, eppure quando Salvatore si avvicina e si siede, la donna d’istinto con una smorfia stringe le narici e sospinge in avanti le labbra rosso scarlatto. L’espressione di disgusto sparisce, con la medesima immediatezza con cui è apparsa, dietro la sgomitata di una professionalità vestita senza pecche. L’approccio continua a essere un rito freddo e obbligato che si concluderà con una relazione siglata da data e firma. L’esperta aggancia per un attimo gli occhi della maestra Gianna che ha colto la smorfia e che solleva le sopracciglia annuendo con la testa “sì….sì…Le condizioni igieniche sono pessime. Il tanfo non mi permette di lavorare…è forse colpa mia?”

Nessuna parola in realtà viene fuori dalla sua bocca, parlerebbe solo quel capo che continua a molleggiare da sopra e sotto a sottolineare un pensiero che ora ipotizza condiviso, anche se non ne ha certezza. L’esperta, però, si ricompone e allunga le labbra in uno stereotipato sorriso, forse pentita di aver fatto trasparire una reazione poco professionale, timorosa fra l’altro di poter essere oggetto d’attribuzione di un giudizio circa il lavoro dell’insegnante “pienamente da comprendere nelle sue difficoltà per via di un lezzo che imporrebbe la distanza fisica e che forse spiegherebbe i suoi malesseri…”. La neutralità le è d’obbligo. Attenersi alle sue mansioni è ciò che le preme.

Il sorriso è per Salvatore. Il capo rasato, con brevi stradine bianche che si fanno largo tra gli spuntoni dei capelli in ricordo dei punti di sutura ricamati dopo le cadute più brutte, le sopracciglia rade come a essere state malamente sfoltite, le palpebre cadenti a coprire metà occhio come fosse lì lì per addormentarsi e due guance tonde e piene come bocce. Con una faccia, emblema di ottima salute e di ottimo disagio, Salvatore resta incantato a guardare quelle labbra che veicolano messaggi ambigui e opposti. Il colore rimarcato dal segno di matita che confina le mucose in uno spazio carnoso e sensuale lo incuriosisce. E lo incuriosisce anche il rosa che imbelletta le palpebre su cui si aprono lunghe ciglia e il rosa che sfuma sugli zigomi e anche i capelli biondi.

Somiglia uguale alle signorine della TV! Per fortuna che papà non c’è, che anche se ha gli occhiali l’avrebbe vista bene e mi avrebbe detto “ dai, Salvatò, butta la mano che questa non ti dice niente..!” e mamma l’avrebbe sentito, l’avrebbe guardato storto e appena usciti fuori avrebbe detto “porco…queste cose non si dicono a tuo figlio!”.

Una volta al supermercato mi ha chiesto di toccare una signora e siccome che io non volevo ascoltarlo, mi ha preso la mano e me l’ha poggiata sul culo di quella signora. La signora si è girata e lui ha detto “ Signò, scusi che questo imbecille di mio figlio non capisce!” Meno male che mamma stava un poco lontano e non si è accorta di niente. Ma a me papà quando parla così non mi piace e neanche quando mi chiama imbecille. Io lo sento anche quando lui non mi vede e pensa che non ci sono. Mamma invece qualche volta mi dice “scemo” e quando apre i quaderni e trova gli scarabocchi in mezzo alle lettere mi dice anche “ asino “. La maestra Gianna dice “asinello” e lo dice sottovoce che nessuno la sente e forse che è un poco più buona di mamma che sono sempre un asino, ma un asino più piccolo. Mi chiama “ asinello” quando non voglio prendere la penna che non mi piace scrivere e stare dritto sul rigo e far andare preciso la lettera nel quadratino. E se comincio, dopo un rigo di scrittura, mi viene il dolore alle dita che stringono la penna che quella altrimenti starebbe volentieri giù sul foglio. E allora lascio che la penna faccia la comandante; e quella gira gira, va sopra sotto da un lato dall’altro e non sta attenta più ai righi e ai quadratini. Poi la faccio riposare che quando si lavora, dopo bisogna fermarsi. Papà lo dice tutti i giorni quando torna dalla campagna e vuole silenzio per dormire che io non posso più giocare con i soldatini, né guardare la TV e devo scendere giù a sedere davanti al portone ,e se piove mi devo stendere sul letto. Io non ho sonno. Stringo forte gli occhi e il sonno non arriva che è giorno ancora e non sono stanco e mamma allora sottovoce e muovendo poco le labbra che non si vedono neanche i denti dice “ ubbidisci che papà si arrabbia!”.

Io e mamma non lo vogliamo rabbioso che se mangiamo fa volare il piatto ci mette dentro i piedi e cammina per la casa e poi grida a mamma “ e adesso lavora!”. Mamma non lo racconta al nonno che litigherebbe con papà. Il nonno e papà proprio non ci vanno d’accordo. Un giorno è arrivato a casa con l’accetta e voleva spaccare la testa a mio padre. Papà voleva spaccare la testa a mamma che diceva che aveva fatto la bocca aperta e aveva raccontato i fatti nostri al nonno. Io mi sono nascosto sotto al letto e ho aspettato che la rabbia passasse e perché era venuta io non l’ho saputo.

Io la faccio venire alla maestra Gianna quando faccio comandare la penna da sola. Quella si gonfia al collo e diventa rossa; poi guarda fuori dalla finestra e mi dice “quando ti decidi a fare qualcosa, avvisami!”. Allora, dopo un poco che vedo che non mi guarda e che resta zitta con gli occhi verso il cielo che io cerco pure di capire cosa c’è lì fuori di tanto importante, scrivo il mio nome. Le lettere sono tutte in fila. Tocco il suo braccio e giro il quaderno. La maestra dice “ bravo”, però non è contenta che l’ho fatta arrabbiare prima..

Salvatore è seduto. Davanti,l’esperta, mentre l’insegnante di sostegno è in piedi, dritta come un poderoso tronco le cui radici affondano in mocassini neri, fuori moda ma sicuramente comodi. Non ha una bella presenza e non la si ammirerebbe con stupore. È un calice di fiore, che nel genere umano a differenza di quello vegetale, non è omonimia di bellezza. Gambe sottili sovrastate da una ciambella adiposa su cui poggiano grossi seni. Non che l’altra sia un fiore raro, però, i pochi passi di frapposizione, mettono in risalto l’impersonalità più evidente contro un’ evidente ricerca di notorietà. Due mondi che non appartengono a Salvatore. La madre ha altra corporatura, altra parvenza, altro tutto e quando è lì seduto si sente in balia delle tre donne, anche se la mamma, in quel frangente, è fuori, ansiosa, perché ha da parlare di sé.

“Senti Salvatore, che dici vuoi farmi vedere come sei bravo a scrivere e a leggere prima di disegnare?” La voce esce a soffio dalle labbra scarlatte.

La maestra Gianna mi ha preso in giro. Mi ha fatto sedere che dovevo disegnare e adesso devo scrivere. E magari anche questa signora mi dice “ asino” o “ asinello” o forse “ somaro” che è la stessa cosa e io lo so. A scuola sempre “dopo” le cose che mi piacciono, che io non sono abituato. A casa, quando non c’è papà, sono come la penna, mi comando da solo. Mamma guarda la TV o parla con un’amica che da un po’ di tempo viene tutti i pomeriggi. Si siedono e la bottiglia che pare piena di pipì sta sul tavolo. Io vado a spiare dietro al detersivo e ce n’è una uguale che l’amica l’avrà portata e allora penso che quell’acqua un po’ giallina non finisce mai.. Parlano e io gioco. Poi mamma quando parla e comincia a piangere dice “ Salvatò vai giù a cercare qualche amico” e mi apre la porta e io non sempre ci voglio scendere giù che c’è Giuseppe che mi ruba la macchinina e mi giro per dirlo e la porta è già chiusa.

A scuola è il contrario che mi comandano troppo e io ubbidisco solo agli ordini di papà che tante volte non mi piacciono. Io però devo ubbidire che sennò diventa rabbioso e grida forte “ti chiudo al collegio..” e si gonfia al collo come la maestra Gianna e come grida sputacchia la saliva che se sto vicino mi schizza la faccia. Mi metto paura e allora ubbidisco.

Vado a letto anche quando non ho sonno…batto sul balcone le scarpe pesanti di terra che non se le toglie davanti alla porta e fa tutte le pedate che dice che mamma deve lavorare e non solo deve mangiare…mi metto in tasca la macchinina quando dice che gli ballano gli occhi se la faccio camminare avanti e indietro e che non vuole vedere neanche una mosca volare…Ubbidisco che piangerei. Ma se piango, urla ancora più forte “ …e che piangi senza una ragione…mò te la do io una ragione…” E io scappo a ubbidire e faccio ubbidire anche il pianto che deve stare fermo dentro agli occhi.

Se mamma qualche volta mi comandasse che a comandarsi sempre da soli viene anche la noia e se papà qualche volta non mi comandasse che anche a obbedire sempre non è bello, forse che a scuola mi piacerebbe scrivere prima e dopo disegnare che gli altri bambini sono abituati così. A mamma non ho da ubbidire, a papà non ho da disubbidire. A scuola un poco ubbidisco e un poco disubbidisco che con la maestra Gianna non so come fare che un poco guarda il cielo e un poco diventa rabbiosa. A scuola, però, il pianto sa già come fare che se ne sta tranquillo e non ha neanche un poco di voglia di uscire. E questo perché una volta, quando ancora non imparava, il pianto è uscito dagli occhi e la maestra mi ha chiamato “frignone d’un asinello”; e va bene asinello, ma l’altra parola proprio che non mi piace che se lo sapesse papà mi direbbe pure che sono una “femmina”.

La penna resta poggiata sul foglio bianco. La maestra pronuncia un “dai” che resta scritto come una smorfia sulla bocca. L’altra spalanca gli occhi e passa i medi sotto le ciglia. Pazienza e indifferenza si mescolano sapientemente. È una formula appartenente alla diplomazia professionale.

Salvatore abbassa lo sguardo sul foglio. Sulla penna. Sulle perle azzurre. Poi con un gesto brusco della mano fa rotolare la penna fino al bordo della cattedra e giù sul pavimento a chiarire senza parole le proprie intenzioni.

Gianna si impone un tremendo sforzo di autocontrollo. A tu per tu con Salvatore avrebbe reagito menandogli uno scappellotto, offesa dal tonfo giudicato un intollerabile affronto. Un bambino contro una donna rispettabile. Ma si limita a un esplosivo “Salvatore!”

Salvatore sembra sordo e non la degna neppure di un’occhiata. Ha imparato a conoscerla e a prevedere le sue reazioni meglio di quanto possa fare l’insegnante nei suoi riguardi. Lei si rifugia nel cielo e nelle nuvole e in qualcosa che materializza nel vuoto dove fissa i suoi occhi, sebbene in quel momento deve controllare anche questa sua mania. Salvatore aspetta invece la risposta della donna bionda che non si smuove affatto, offrendo una calma cui non è avvezzo. Silenzio e sguardi che s’inquisiscono a vicenda.

“Vede, signora, come si comporta? La prima volta anch’io sono rimasta calma come lei, ma provi ad immaginare cosa significhi il ripetersi di questi atteggiamenti?! Non ha voglia di fare niente, questa è la verità!” sbotta Gianna, avanzando di un passo e arrivando quasi a toccare la cattedra, nel tentativo di motivare la difficoltà di interagire con il ragazzino.

“Calma. Bisogna tenere la calma.” Risponde l’esperta.

I bambini sono furbi, ma noi adulti possiamo esserlo di più ed evitare di cadere nelle loro trappole.”

Brava lei a parlare che massimo mezz’ora e poi avrebbe chiuso il caso “Salvatore” per passare subito a un altro. Senza risultati da dimostrare. Senza alcun rapporto da costruire. Avrebbe voluto ribadire Gianna. Rimane, però, zitta. È una faccenda di ruoli. Il suo in certi momenti le sta proprio stretto.

E fra quei due mondi Salvatore rimbalza come patata bollente. E che scotti lui lo capisce.

La signora non si è arrabbiata. Aspetta come me; che io credevo che mi faceva raccogliere la penna; che lei credeva che io strappavo pure il foglio. E un poco voglia m’è venuta, ma poi dopo a mamma raccontano cose brutte su di me e stasera, di sicuro, qualcuna la passa a papà e quello continua a ripetere che mi porta a lavorare in campagna, ma che prima chiede se mi vogliono tenere al collegio. E in campagna ci vado volentieri che il nonno qualche volta mi ha portato e ho fatto una buca nella terra e ho piantato l’insalata e poi l’ho bagnata con l’acqua, che nonno mi ha un poco sgridato perché il secchio era pesante ed è caduta l’acqua dove non ci voleva. L’erba, però, l’ha bevuta subito e dentro ci hanno fatto il bagno le formiche che io le ho viste che agitavano le zampette.

Al collegio, invece, non ci vorrei andare mai, che non dev’essere un posto bello, sennò che punizione è?! E non so perché ci dovrei andare che una casa ce l’ho e ho pure la mamma e il papà, che a mamma un giorno ho chiesto cos’era stò collegio e lei mi ha risposto “ una casa dove stanno i bambini che non hanno una mamma e un papà”. E allora io non ci sto proprio bene lì dentro; sono fuori legge. Papà, però, è fissato. “Ti chiudo al collegio…”. Io vado a prendere la birra, sbatto le scarpe, sto zitto e fermo e lui lo stesso vuole mandarmi in collegio. Io guardo la mamma che non mi guarda. Poi comando alla bocca di non parlare più e agli occhi di non piangere, prendo il quaderno che mi piace disegnare. Mi piace disegnare perché sono bravo.

Il foglio dell’album è tutto bianco, ma su quello disegno poco che l’album finisce subito e a mamma non avanzano i soldi dalla spesa per comprarne un altro. Allora strappo i fogli dal quaderno e la matita è cieca e scivola sulla carta senza vedere i righi e diventa tutto bianco anche se ha le linee grigie. Dopo uso i colori e mi piace fare con il temperino la punta fine. Quando è fine non posso premere che si spezza e devo temperare di nuovo e il colore si accorcia e si consuma. Anche per i colori i soldi non bastano. Però io sono furbo e a scuola ogni tanto mi prendo un colore dall’astuccio degli altri bambini che non mi vogliono molto bene che quasi nessuno si vuole sedere vicino a me. Io li vedo che si chiudono il naso e …appena posso mi prendo un colore. Qualche volta se ne accorgono e la maestra me lo fa restituire. Ma succede poche volte che io prendo i colori, perché io sto spesso nel corridoio e loro in classe e quando io e loro stiamo in classe devo aspettare che le maestre vanno a bere il caffè che sono pochi minuti e devo fare veloce.

I colori mi piacciono proprio tutti. Ma di più di più il blu, che quando è chiaro somiglia al cielo che non finisce mai così che per vederlo non servono i soldi per ricomprarlo che se si consumasse alla maestra Gianna bisognerebbe chiudere gli occhi che il cielo se lo mangia tutti i giorni. E mi piace anche quando è un poco scuro che somiglia al mare dove quando fa caldo nonna mi porta che a mamma gli fa male la testa al sole.

Mi piaceva anche il giallo, che il sole è giallo e se non c’è il sole nonna non mi porta al mare. Ma la sera di san Valentino mamma ha vomitato e sul pavimento s’è disegnata una pozzanghera gialla. Non era proprio gialla , ma io quando l’ho vista ho pensato al colore giallo. E allora non mi piace più e quando disegno il sole lo coloro di arancione.

La maestra Gianna ha appeso il disegno della campagna che a tutti io dico che l’ho fatto io e quasi nessuno ci crede. Ci sono gli alberi, l’erba, i fiori e l’insalata e ci sono io con la zappa che faccio la buca e ci ho messo pure le formiche.. Ci ho scritto il mio nome e la maestra ha messo la data. I disegni più belli, però, li ho regalati a Maria che mi voleva bene e mi diceva “artista”. Mamma e papà invece sui miei disegni la pensano uguale che era meglio che litigavano se uno la pensava bene e l’altro male. Veramente non so se per loro sono belli o sono brutti o così così che dicono solo “ almeno non rompe se disegna!”. E io non sono proprio contento di queste parole. Chissà se questa signora tutta colorata fa i complimenti davanti a un mio disegno che lei dovrebbe intendere visto che è la comandante!

La penna a terra. Il foglio bianco. Ancora silenzio. Gianna che altalena gli occhi dalla psicologa al bambino. La psicologa che fissa Salvatore. Salvatore che nell’attesa e nel pensare a bassa voce imbroncia e piega le braccia sulla pancia.

Signora, se vuole le mostro i lavori che facciamo in classe. Pochi, perché mi tocca acchiappare al volo la sua volontà e le posso garantire che ne vola poca. I quaderni li conservo nel cassetto perché farglieli portare a casa significa non vederli più di ritorno.” Dice la maestra e rivolgendosi al piccolo aggiunge “ Non è vero Salvatore?!”

Stiamo indietro, ma con tutti il suo comportamento più di quello che si è fatto non si poteva.” E scendendo di voce e avvicinandosi alla cattedra continua “ Dal mio misero punto di vista, bisognerebbe trovare un modo di interagire con la famiglia. Magari, se oggi ci provasse lei a parlare con la madre, a farle capire che non gli deve riempire la cartella di patatine, a farle capire che le persone normali si lavano quotidianamente, a ricordarle che una madre deve aiutare il figlio a farsi i compiti….che….”

Mi spiace ma non rientra tra le mie competenze affrontare simili problematiche” la interrompe bruscamente l’altra, interessata ora più che mai a definire con chiarezza il raggio delle proprie azioni.

Magari l’assistente sociale. Ma non io. Io sono qui per verificare la necessità di proseguire con il sostegno. E mi pare di capire che sia più che necessario. D’altra parte, anche le sue colleghe mi riferivano che la presenza prolungata di questo ragazzino all’interno del gruppo classe è di difficile gestione. Pertanto un insegnante di sostegno preserverebbe anche una maggiore tranquillità in classe e badando, in un certo senso, al solo bambino disturbato, permetterebbe il proseguo del programma da parte degli altri alunni. Certo, la gestione di certi casi non è semplice. Ma ci vuole creatività, inventiva, capacità di captare un punto debole. Perché un punto debole ce l’avrà anche questo ragazzino, no?! Un qualcosa da sfruttare per avvicinarlo alla scuola no?! È un bambino e noi siamo adulti. Non se lo dimentichi!”

Con quel “..e non se lo dimentichi” e soprattutto con una voce che da sottile sembra aver acquisito spessore e autorevolezza, l’esperta considera chiuso il discorso, mentre Gianna si ritrova come su di una zattera in mare aperto, pentita di quelle considerazioni sputate quasi senza rendersene conto e forse inconsapevolmente suggerite dal “buon apparire”. Vorrebbe tuffare gli occhi nel cielo ed estraniarsi dalla circostanza che non avrebbe dovuto verificarsi in base a quel principio di vita che nega senza ragione alcuna l’insorgenza di difficoltà; principio che con puntualità la maestra utilizza per sfuggire alle debolezze e alle incapacità. Le sue. Fingere che tutto proceda per il proprio corso, come la caduta di una stella nel cosmo. È questa la scia su cui Gianna si muove, la strada in cui lascia perdere ogni questione e lungo la quale si lascia perdere e da cui solo quei rituali malesseri la richiamano alla realtà. Studiare strategie non è il suo forte e la pazienza del pensare non le appartiene. “Sia quel che sia” la sua filosofia di vita.

A scuola Salvatore irrita e lei Gianna non è disposta a rispondere alle sue provocazioni. Per farlo dovrebbe relazionare e lei non ama relazionare; perché faccia l’insegnante non se lo è spiegato ancora e chiederselo non le è ancora passato per la testa. Scovare il punto debole di Salvatore non la coinvolge. Rivedere il modo d’insegnare non le interessa. Mostrarsi alternativa non le fa da stimolo. Ribattere con due parole non la scuote. Sta zitta.

In questa mattinata sembra sufficiente che ognuno vesta il proprio ruolo. L’insegnante quanto la responsabile dell’equipe. Per Gianna, appena qualche giustificazione per tentare di salvarsi. Appena la sottolineatura di un caso difficile e particolare. Appena il tentativo di ricordare l’importanza del coinvolgere la famiglia.

E intanto Salvatore è il sentimento da comprendere.

Un poco di ragione la maestra ce l’ha, che mamma dovrebbe stare un po’ di tempo con me. A lei, però, piace di più sedersi con l’amica e forse papà fra poco la caccia pure, come è successo con Maria; ma a Maria è stata mamma a cacciarla che non la voleva perché dava i consigli su come doveva cucinare e lavare e stirare e su dove tenere le scarpe e i vestiti. A mamma dava un poco di fastidio ed era gelosa di lei e diceva che papà la guardava troppo quando lui tornava dalla campagna..

Maria è bella, perciò papà la guardava anche se le sue tette sono poco poco più grandi di quelle di mamma. Lucia, invece, che è l’amica di mamma, è brutta e ha sulla faccia tante bolle rosse e in mezzo c’è un puntino bianco e se mi avvicino qualcuno è pure verde; mi avvicino poche volte, però, che mi viene il mal di pancia e non lo so come a mamma non viene nessun dolore. Forse la bottiglia che somiglia a pipì fa le magie come una medicina che fa vedere le cose belle anche se sono brutte..

La maestra, invece, non ha ragione quando dice che non mi lavo, che io ho capito mentre parlava con la signora. La domenica mamma riempie una bacinella perché la vasca è grande e ci vuole un mare di acqua per riempirla che costa tanto e fa tenere la luce dello scaldabagno accesa per tanti giri d’orologio. Poi ci versa un tappo di bagnoschiuma. Muove la mano come quando fa la pizza e si alza la schiuma. Io ci entro piano che l’acqua cade e mamma grida. Ci resto dentro che mi viene la pelle come le galline e perciò quando fa freddo qualche domenica la bacinella mamma la lascia appesa che poi mi viene la “polmonia” e l’occhio dello scaldabagno resta spento per tanti giorni. Nella bacinella, io mi diverto, anche se ci sto un poco scomodo che le gambe non si allungano e sotto le ginocchia ci faccio passare un soldatino e lo faccio nascondere in mezzo alla schiuma che poi di colpo schizza fuori e qualche volta mi dimentico che l’acqua cade e penso che se c’era l’erba quella avrebbe bevuto subito così mamma trovava tutto asciutto. Al soldatino non viene la pelle di gallina, ma profuma uguale a me.

La donna guarda l’orologio, poi un foglio su cui conta velocemente i nomi elencati. Moltiplicando un tot di minuti per il numero ottenuto dalla somma dovrebbe rientrare nel tempo a disposizione. E sempre in base a quei calcoli matematici, i minuti per Salvatore non sono ancora scaduti, sebbene le speranze di una collaborazione restano costrette tra le braccia conserte e il broncio del ragazzino.

L’esperta lo intuisce perfettamente. D’altronde non ha intenzione di forzare la barriera. Scatenerebbe chissà quali reazioni e bisognerebbe contenerle. Non è proprio il caso!

“Facciamo entrare mamma” dice guardando il bambino e chiedendo con un cenno all’insegnante di aprire la porta e di invitare la madre ad accomodarsi.

Ad apparire è un esempio di anoressia. La madre di Salvatore è un jeans e una maglietta dentro cui si muovono ossa che avanzano verso la cattedra. È pallida e le guance quasi risucchiate sono bombardate dal passaggio di un’acne. Restano macchie a ombreggiare un viso smunto dagli occhi grandi e scuri che spiccano sotto capelli lisci, d’un biondo posticcio, abbruttito dalla vistosa ricrescita nera e dall’aspetto untuoso.

Buongiorno dottorè” dice, avvicinandosi alla sedia scostata di poco da quella del figlio.

Non ha fatto niente, vero? Questo, dottorè, di scuola non ne vuole proprio sapere. Eppure io sono arrivata fino alla seconda media e mio marito s’è preso la quinta elementare. Non è che siamo professori, però, le cose nostre ce le sappiamo vedere. Questo, invece, non ha preso da noi la nostra volontà. Non lo so a chi somiglia. E io, dottorè, glielo dico che deve imparare sennò neanche la patente si potrà prendere da grande. Gli dico così perché va matto per le macchine, ma non funziona. La penna gli pesa in mano, dottorè, come se fosse una zappa” dice tutto d’un fiato, spostando altrettanto rapidamente gli occhi sul figlio che intanto ha sollevato la testa e giocherella con il bordo della maglia, attorcigliandolo tra le mani e scoprendosi l’ombelico.

E lasciala sta maglia, che si strappa” aggiunge, imprimendo un colpo secco sul braccio di Salvatore che resta seduto ma guarda torvo.

Signora si può sedere” le dice la maestra Gianna e quella, tirandosi la sedia continua “ Dottorè, io lo vorrei proprio sapere come lo devo prendere stò bambino…eppure il padre lo mena. E meno male che io lo lascio libero che già è severo il padre. Io, dottorè, non sto neanche bene di salute e la testa di stargli dietro ci sta poco. Per fortuna che ci state voi che lo aiutate, anche se anche a voi vi fa arrabbiare.”

La responsabile dell’equipe accavalla la gamba, girandosi il grosso anello al dito.

Dunque sa perché oggi l’abbiamo invitata a venire” comincia la voce sottile che soffia da labbra appariscenti “come lei ha appena finito di dire, noi vogliamo aiutare Salvatore. La maestra Gianna in modo particolare. Ma a casa anche lei deve controllare che il bambino esegua i compiti..”, aggiunge, smussando la rigidità poc’anzi dichiarata alla maestra senza l’intenzionalità comunque di addentrarsi oltre.

Dottorè, voi non lo conoscete a Salvatore” irrompe la madre senza attendere che la donna concluda “Quando è croce è croce. Io non sto bene di salute e non ho neppure tanta pazienza” e abbassando la voce “ se sapevo che un figlio comportava tanta pazienza, dottorè, non lo avrei fatto venire al mondo, che tanta pazienza ce la devo avere anche con mio marito…”

Si risiede facendo stridere la sedia sul pavimento e prosegue “Dottorè, io quando mi sono sposata ero piccola e non capivo quello che capisco adesso. E adesso che capisco è troppo tardi. Non si può tornare indietro. Mio padre mi uccide. Devo tenere figlio e marito, che veramente vorrebbe abbandonare me e Salvatore. Se non lo fa è perché ha paura di mio padre che lo ha minacciato tante volte. Dottorè che ne sapete voi…”

E alzandosi e avanzando di un passo, a un metro circa di distanza dal viso truccato con maestria che, per professionalità, non indietreggia dietro il misto di fumo e alito pesante che l’investe, tira fuori quel nodo cruciale che la pone di fronte alla responsabilità di madre. “Dottorè, mio marito si è fissato. Vuole rinchiudere il bambino in un collegio. Era andato pure sul comune a raccontare all’assistente che lui stava fuori tutta la giornata a lavorare e io non ero capace di governare la casa e neanche di stare attenta a mio figlio ed era meglio che lo mettevano in un posto sicuro per farlo crescere bene. E allora il comune ha mandato una ragazza, Maria, che mi doveva insegnare. Ma io mi sono sentita offesa e sono andata dall’assistente a informare che in casa mia io non ci volevo nessuno e che ognuno ha il diritto di fare come gli pare e che se qualche volta c’era disordine questo non voleva dire che non ero capace di assistere una famiglia e che a Salvatore io gli voglio bene anche se lo sgrido e se non ci passo troppo tempo insieme è perché è meglio che sta con gli amici a giocare o che guarda la televisione dove parlano bene l’italiano; e ho detto anche all’assistente che io a mio figlio gli do i consigli buoni e gli dico di fare sempre come vuole il papà per non avere le botte…”

Un passo indietro e giù su quella sediolina che sembra proprio a sua misura. Forse, è un po’ pentita d’aver snocciolato questioni tanto private, ma anche risollevata.

I grandi si riempiono la bocca di bene. A volte è bugia e la catechista ci ha detto che le bugie si scoprono subito che hanno le gambe corte. Ecco, adesso, perché so quando è bugia che se i grandi si riempiono la bocca di bene e non si avvicinano è per colpa delle gambe corte che li tengono fermi lì dove hanno parlato. Alla televisione io li vedo che si danno i baci quando parlano di bene e si stringono forte. E allora deve essere verità che sennò non si avvicinerebbero e non si abbraccerebbero. La bocca della mia mamma e del mio papà sputa e si staccano le parole che mi devo tappare le orecchie. Anche nella televisione ho visto sputare e dire le minacce, però mamma e papà sono più bravi e dovrebbero andare qualche volta in televisione. Gli abbracci non li fanno mai, ma una volta papà ha steso le mani verso mamma e diceva “ti tiro il collo come le galline”; per questo allora le galline hanno il collo un po’ lungo che ce l’ha nonno in campagna e io le ho guardate. Non credo però che si tira il collo per dimostrare il bene. Io il bene, credo, che non si deve fare male per dimostrarlo perché a tirare, invece, anche se piano, un po’ di dolore lo fa.

La maestra Gianna pure mi dice che mi sgrida “per il mio bene” ma io quel bene mi sembra strano che gli scappellotti mi bruciano e quando parla ci mette una voce che è uguale per tutte le parole e che mi pare esce dalla bocca di una donna fantasma che ha la fretta di ritornare nel cielo che lei lì guarda troppo.

Gesù, dice la catechista Tina, vuole bene a tutti i bambini che lei le bugie non le dice per non fare peccato. E allora di sicuro ha ragione; però, quando vedo Gesù sulla croce io non so come fa a volere bene con tutte le spine alla testa e per i chiodi alle mani e pure ai piedi, che a me se qualcuno mi fa male, mi metto a tirare i calci. Tina non ha torto e allora siccome Lui è fermo appeso sulla croce e non muove le mani avrà comandato a Maria le carezze e avrà comandato pure le parole belle che mi ha detto che Lui, Gesù, ha la bocca chiusa, ma fa i miracoli, però.

Qualche secondo di silenzio. Il grosso anello fa un altro giro intorno al dito. La gamba accavallata ritorna giù e i piedi poggiano sui tacchi a spillo altissimi. Nulla a che vedere con i mocassini piatti dell’insegnante e con le tennis sgualcite della madre di Salvatore. Sarà per questo che è difficile incontrarsi sul medesimo percorso.

“Signora, mi dispiace per la sua situazione familiare. Dovreste cercare aiuto. Esiste una struttura sul territorio che si chiama consultorio. Magari rivolgersi lì potrebbe esserle utile. Per lei, come donna; e se riesce ad andarci con suo marito potrebbe essere importante per la vostra vita di coppia e quindi per suo figlio. Da parte nostra riconfermiamo l’aiuto a scuola e, visto che anche lei concorda sull’utilità del sostegno, la maestra Gianna continuerà a seguire Salvatore”

A sentire il suo nome, il bambino pianta gli occhi sul viso imbellettato quasi in attesa di un seguito che lo possa riguardare e che non arriva. La madre, invece, sa già che non ci sarà alcun seguito. Ad aver fatto “la bocca aperta” le può portare solo i rimproveri del marito. Ma, in fondo, si è trattato di uno sfogo. Le sue ragioni contano poco;e contano poco anche per lei stessa, assorbite da una chiara remissività. Che è paura più che indifferenza. La paura di perdere un uomo qualora non fosse disposta a perdere un figlio. Lei però non dice espressamente e gli altri neppure capiscono indirettamente. In mezzo, Salvatore, che non dice espressamente e che indirettamente intuisce appena, ma il padre è irascibile e la madre non sta bene e ogni loro comportamento trova giustificazione. Ci vorrebbe un miracolo, ma Gesù non scende dalla croce per così poco.

L’insegnante ode rinnovarsi un compito che non l’entusiasma. Un caso difficile quello di Salvatore. Un esempio di cui non potersi vantare, tranne di poco, come l’estensione delle dita per indicare gli anni. E allora, mentre ascolta, si augura che il criterio della continuità venga meno, sostituito invece da quello che segue altra logica, “l’osso duro va in turnazione” e spera che, se così fosse, le tocchi il “caso” della collega Giulia, un “caso” che si gestisce senza dover ricorrere a scappellotti e banchi stretti al muro.

Lei, al suo lavoro, non ci dà l’anima e neppure il corpo, appena il minimo indispensabile per salvare il ruolo e la propria immagine. Tutto quanto il resto è fumo di sigaretta.

Adesso, mamma se ne va a casa, e io torno in classe che di sicuro la maestra mi fa i rimproveri. E io allora faccio finta di essere sordo sennò divento nervoso che non devo sputare e dire le parolacce e faccio finta di stare con nonno in campagna che mi piace giocare con la terra, guardare le formiche e mi piace vedere l’insalata che da piccola si fa grande che nonno mi dice che a papà mio non gli piace il lavoro della campagna perché non è capace di pensare al seme che diventa pianta. Io non capisco bene quello che vuole dire che, però, deve essere una cosa importante perché quando parla si mette dritto, lascia il lavoro che fa e gli occhi si accendono come i ceri davanti alla Madonna.

A papà, invece, si sarebbero accesi davanti alle tette di questa signora che c’ha la bocca rossa che a nessuno gliel’ho vista mai così. E che ognuno torniamo al nostro posto è meglio, adesso, che non voglio più stare seduto fermo, così qualcosa cambiamo anche se tutto è sempre uguale.

La responsabile si alza in piedi. “Allora, Salvatore, vuoi tornare dai tuoi amici in classe con la maestra Gianna?!” Domanda che di domanda ha poco, tanto da non aspettare alcuna risposta.

Il tempo è scaduto. Ognuno ha avuto il suo, dentro un ruolo i cui confini sono stati disegnati dalla situazione. L’esperta “una visita”, la mamma “uno sfogo”, Gianna “un bel niente”, Salvatore invece…

Salvatore non scrive bene legge a stento scalcia grida ruba…

e allora si pensa non pensi…

E lui si alza. Va verso la finestra e affonda gli occhi nel cielo. Un gruppo di nubi avanzano lentamente e lui le fissa incurante della maestra che lo sta chiamando.

E nel guardare una grossa poltrona bianca vagante in uno sfondo azzurro, e nel pensare a voce bassa, Salvatore, gli occhi strabiliati, si tappa la bocca e gonfia le guance …..“Ecco perché la maestra guarda sempre il cielo. Lì sta proprio seduta comoda che qui le sedie fanno proprio male al culo!”