Un racconto di Salvatore Di Sante: un compleanno speciale

 In autori emergenti

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Una nuova rubrica per dare spazio agli autori emergenti: settimanalmente verranno pubblicate opere letterarie che hanno partecipato al Primo Concorso Arnanah.

Autore: Salvatore Di Sante

I

Un compleanno speciale

Jim era in piedi al centro della stanza, al buio. Per precauzione aveva ribaltato i mobili più alti, compresa la libreria di mogano scuro, che osservava con rimpianto. Le letture di una vita (Topolino, Tex, Diabolik, Tolstoj, Buzzati, Mann, Dante, Joyce, Hemingway, Pirandello) giacevano a terra profanate e offese; i volumi erano sparsi sulla moquette grigia come la carcassa di un pachiderma lasciata miseramente a marcire. Del resto della mobilia non gli interessava granché, col tempo aveva imparato a circondarsi di plasticume da picnic, tavolinetti e sedie da esterno anonimi e scialbi. Ma quella libreria sapeva di uggiosi pomeriggi invernali trascorsi in poltrona, a guadare la neve o la pioggia cadere.

Premette il bottoncino e l’orologio si illuminò: le quattro e cinquantatré del pomeriggio. Mancavano sette minuti. Ripassò mentalmente la situazione: i genitori erano dalla zia, come la volta scorsa; luce e gas staccati, il camino spento. Tutto come programmato. Ciononostante avvertiva una leggera e costante inquietudine, come la linea inesorabile di un encefalogramma piatto. Il suo sesto senso era quasi preveggenza: qualcosa non quadrava. Due minuti alle diciassette. Il cellulare lo fece sussultare.

«E se devi andar fuori? Tu pensi che la casa ti protegga, ma se ci casca un aereo? O c’è un terremoto? Allora non hai scampo, diventa la tua bara…» Ecco cos’era, Guen aveva acceso la scintilla. Un minuto. Non aveva tempo di fare le scale. Per fortuna era al primo piano. Prese una breve rincorsa, infranse a tutta velocità la finestra e si gettò dal balcone. Atterrò agilmente, molleggiando sulle ginocchia per attutire l’impatto. Si ritrovò acquattato in giardino, col braccio destro appoggiato a terra e il mento proteso in alto, pronto a reagire a qualsiasi minaccia. Nessun velivolo in vista né avvisaglie di terremoto. Oltre la siepe, sull’altro lato della strada, tre persone portavano tranquillamente a spasso i cani. Jim annusò l’aria e non colse nulla di anomalo o preoccupante: non doveva trattarsi di una calamità naturale. Si alzò in piedi e controllò che non avesse addosso puntatori laser: un cecchino, a quello non aveva pensato. Avrebbe dovuto mettersi il giubbotto antiproiettile, che pivello! Con la coda dell’occhio colse un guizzo rosso alla sua sinistra. La siepe che in quel punto era altissima si aprì all’improvviso e un enorme camion a rimorchio piombò su di lui. Con un balzo all’indietro si trasse d’impaccio appena in tempo per vedere quel bestione sfondare la finestra da cui si era lanciato e devastare la sua stanza. Passò la palazzina da parte a parte e in pochi minuti crollò tutto. Jim si avvicinò con cautela per controllare che non ci fosse una perdita di carburante o un principio d’incendio.

Il motore era spento, perciò non l’aveva sentito arrivare. Aveva distrutto casa sua con una facilità impressionante, passando per i muri portanti come un coltello nel burro caldo. Era un Iveco rosso con una banda gialla che dalla motrice attraversava tutto il rimorchio. Jim si issò rapidamente sul predellino e fece per aprire lo sportello. Era incastrato. Si concentrò e con uno strattone lo scardinò, scaraventandolo lontano. Non se ne meravigliò più di tanto: già sentiva gli effetti. La cabina era vuota, niente sangue né vestiti.

«Dio Santo! Ti prego fa che non…» un uomo di mezza età, basso e corpulento gli correva incontro dalla strada. «Ragazzo, sei ferito? Stai bene? C’è qualcuno dentro…? Non è colpa mia, ho messo il freno a mano, i cunei sotto le ruote… come ha fatto… non è possibile… il freno… quattro cunei…»

«Non si preoccupi, le credo. Non è stata colpa sua. Non mi sono fatto niente e per fortuna in casa c’ero solo io. Spero però che sia assicurato… sono un senzatetto adesso» disse Jim sorridendo.

«Certo che sono assicurato, tutto in regola, ci mancherebbe. Mi spiace, mi spiace… la casa… guarda che disastro, tutto distrutto!»

«L‘importante è che nessuno si sia fatto male, sono cose che capitano… a me poi più che agli altri» disse Jim. Il camionista per l’agitazione aveva le lacrime agli occhi.

« Ah, io sono Jim, piacere.» disse tendendogli la mano.

«Mario.» rispose secco l’uomo, con un filo di voce.

«Senta Mario, se il camion funziona ancora intanto può spostarlo. Vada a parcheggiare. Siamo d’accordo tutti e due che si è trattato di una disgrazia, direi di non chiamare la polizia o i carabinieri. Se la sua assicurazione copre questo genere di cose ci scambiamo le generalità, i telefoni e siamo a posto. Che ne dice, è d’accordo con me?»

«Sì, sì…» farfugliò Mario, un po’ stupito di vedere Jim così calmo.

Mentre distrattamente seguiva le manovre per disincagliare l’Iveco dal caos di macerie, Jim si sentì avvinghiare il collo in una morsa potentissima.

«Sei vivo, cucciolo? Ancora tutto intero?» Era Guendalina, Guen per gli amici, la sua fidanzata.

«Avevi ragione, dovevo uscire di casa. Non stringermi così, non è riuscito quel tir ad ammazzarmi e vuoi farlo tu? Sarebbe il colmo!» Jim sorrise, ricambiando l’abbraccio. Infine baciò Guen, prima leggermente sulle labbra e poi più a lungo sulla guancia.

Il cellulare prese a squillare ma non riusciva a staccarsi Guendalina di dosso. Intanto si era radunata una discreta folla e la cosa si stava facendo imbarazzante. Non essendoci speranza di sfuggire alla stretta della sua ragazza, si decise a rispondere rimanendo incollato a lei.

«Ciao mamma, tutto bene tranquilla… sto bene sto bene, non sono ferito… un camion contro la casa… eh… è questo il guaio: è completamente distrutta. Voi rimanete pure dalla zia, io per stanotte mi fermo da Guen e domani passo da voi… sì Guen è qui con me, è arrivata adesso.»

Guen lo baciò furtiva, stringendolo un’ultima volta prima di concentrarsi sulla calca di curiosi.

«No mamma, non venite, a cosa serve? Qui non potete fare niente… io sto bene… domani con calma affrontiamo tutte le beghe: i danni, il risarcimento… ok? Sì sì ciao mamma, saluta il babbo, tutto bene… ciao ciao, a domani.»

Il capannello di spettatori cominciò a diradarsi e con loro anche il buon Mario, che tra altre scuse promise di chiudere al più presto la questione con l’assicurazione.

«Arriva Alex» sussurrò Jim. «Grande, ce l’ha fatta anche lui.», sospirò commosso. Guen seguì il suo sguardo lungo il desolato nastro d’asfalto che serpeggiava tra due file di case, costeggiato da pini e cipressi.

«Adesso lo sento anch’io. Ehi, ma che fai, già ci senti più di me?!» ammiccò Guen.

«Diciamo che eri distratta dai… eri tutta presa dal tuo ragazzo, tutta premurosa e preoccupata!» la canzonò Jim.

«Alex sarà ancora a una decina di chilometri, mandagli un sms e digli che ci vediamo al solito pub, dobbiamo festeggiare!» proruppe Guen.

***

Lei e Jim lo aspettavano al tavolo, dietro due spumose birre medie. Alex entrò trionfante, tuta integrale rossa e nera e casco con visiera a specchio al gomito.

«Ciao Franco, una birra anche per me, rossa però, quella che ti pare; me la porti al tavolo dei miei super amici? Grazie.»

Passando vicino al bancone raccolse in un lampo le freccette e le scagliò sul bersaglio all’altro capo della stanza: tre volte un triplo diciassette. Il barista non apprezzò la spacconata, anche se la zona dei passatempi (biliardo, freccette, flipper e videogiochi) era deserta e in traiettoria non c’era nessuno.

Non era ancora seduto che già Franco arrivava con la Leffe1 in una mano, le freccette nell’altra e un’aria interrogativa e perplessa. Da dietro il bancone non vedeva la tabella elettronica e non immaginava che fosse un tiro; adesso invece rimuginava sul punteggio.

«A te com’è andata?» chiese Jim.

«Un aereo per poco non mi cade addosso» rispose Alex portando la bottiglia alle labbra.

Jim e Guen ascoltavano in silenzio.

«Non uno vero, un modello radiocomandato, ma una discreta bestiolina: più di due metri occhio e croce. Ero in moto, per schivarlo tra un po’ mi ammazzo.»

«Ho letto che c’era una gara qui vicino.» fece Jim.

«Ah, figo! Spero si siano divertiti, almeno loro… voglio proprio congratularmi col vincitore! » lo sbeffeggiò Alex, «A te invece Guen cos’è capitato?».

I tre sorrisero all’unisono.

«Scemo! Questi sono affari solo vostri, non ci tengo, grazie. Mi bastano le mie, di rogne.» lo schernì affettuosamente Guen.

«Tanto che ti frega? Non rischi niente, in un certo senso tu sei già…» ribatté Alex sempre più in vena.

«In alto i calici allora, un brindisi ai miei sopravvissuti!» Guen si era alzata in piedi di scatto «e diciassette di questi giorni!» Scoppiarono a ridere fragorosamente. Un anziano appollaiato al bancone e spento su un fiasco di vino, gettò dallo sgabello un’occhiata di rimprovero.

«L’abbiamo svegliato, accidenti!» sussurrò Jim. Alex e Guen ridevano più forte di prima, ma l’anziano non li considerava già più, immerso di nuovo nel vino e nei rimpianti. Ogni tanto invece qualche sguardo si accendeva dai tavoli sparpagliati nella penombra. I tre capirono e si scambiarono un cenno d’intesa, come a dire “ok, adesso diamoci una calmata.”

«Vado un secondo in bagno» annunciò Guen lasciando il tavolo a lunghe falcate. Sorseggiando la birra Jim non poté fare a meno di notare la minigonna e la camminata sexy, sentendosi profondamente orgoglioso e fortunato. Guen procedeva a passo spedito, sul volto ancora il sorriso di un attimo prima. Costeggiò il bancone e fece beffardamente l’occhiolino al tipo in letargo. Era quasi arrivata al bagno quando un energumeno rasato e tatuato si staccò dal biliardo e la prese per un braccio.

«Ehi!» l’apostrofò Guen «lasciami subito!»

Jim e Alex seguivano la scena indecisi sul da farsi.

Jim si alzò in piedi ma lo sguardo interrogativo di Alex lo trattenne.

Ora anche Guen e il bestione lo guardavano in attesa di una sua mossa. Solo quando il barista, il vecchio letargico al bancone e tutta la gente ai tavoli prese a fissarlo, allora Jim ruppe gli indugi e si avviò lentamente, con l’aria un po’ rassegnata. Il balordo lasciò cadere la stecca che ancora teneva nella sinistra e con la destra tirò a sé Guen.

«Che c’è nanerottolo, hai paura che ti rovino la tua bella bambolina?» ghignò il cafone «non ti preoccupare, quando ho fatto te la ridò come nuova!»

Jim sorrise inaspettatamente. Negli occhi nocciola di Guen balenò un guizzo dorato. Il bestione era davvero imponente: oltre il metro e novanta, più corpulento che muscoloso, abbondantemente sopra il quintale. Rasato, pizzettone a capretta e giubbotto di pelle su maglietta bianca.

«No, ho paura che la mia bella bambolina ti faccia saltare tutti i denti» disse Jim in tono pacato.

Col trambusto che seguì il vecchio al bancone si riscosse definitivamente dal torpore e non staccò un secondo dai tre gli occhi spiritati.

Jim allungò duecento euro al barista che lo guardava impaurito. «Questi sono per i danni, ci scusi tanto, ma la colpa è di quel cretino, ha cominciato lui.»

Uscirono a capo chino, sotto gli sguardi allibiti degli avventori. Franco rimase immobile, con le banconote in mano. Ripensò alle freccette. Non se ne capacitava.

«Ci sono costate un po’ care quelle tre birre» esclamò divertito Alex.

«A qualcuno è andata molto peggio» continuò Jim additando il ceffo tatuato steso sul prato, sotto la finestra rotta.

«Non è stata colpa mia, hai visto no? Non doveva permettersi…» disse Guen prendendolo a braccetto.

«Hai fatto benissimo piccola, ha avuto quello che meritava! » Jim la baciò e lo sguardo di Guen tornò dolce e sereno.

«Adesso tutti a nanna, che domani si ricomincia con la solita vita! Ah, non ci siamo nemmeno fatti gli auguri…» esclamò Alex inforcando la sua Streetfighter.2

«Per avere un anno in più sul groppone o perché siamo qui a raccontarla?» fece Jim.

L’energia li investì tutto d’un tratto. Jim e Alex colsero il valore profondo di quella giornata. La notte era chiara e fredda.

«A parte quel cretino» disse Guen «tanti auguri ai miei due vecchietti! Ai vostri trentaquattro anni!» e li baciò entrambi saltando loro al collo. Rimasero a lungo in silenzio, specchiandosi l’uno negli sguardi degli altri. Erano felici. Jim e Alex per essere sopravvissuti e Guen per non aver perso il suo ragazzo e il migliore amico del suo ragazzo. Si salutarono, la moto sfrecciò via rombando e i due fidanzati presero a piedi verso casa di lei.

***

Steso sul letto Jim fissava il soffitto. Guen era seduta sul davanzale, anche lei pensierosa, contemplando la luna. L’aria pungente le sferzava il viso, la notte risplendeva di milioni di stelle e nella camera lo stereo spandeva un sottofondo di musica rock. Con balzo felino Guen si staccò dalla finestra e sinuosamente si intrufolò vicino a lui.

«Cosa ti preoccupa?» gli sorrise premurosa.

«Pensavo a noi, all’incidente di oggi, col camion…» rispose in fretta, un po’ evasivo. Guen gli sollevò dolcemente il mento finché gli occhi di Jim non si persero in quelli nocciola di lei.

«Avanti, spiegami» gli sussurrò.

Jim sbuffò « È la differenza di età: io ho trentaquattro anni, tu la metà; hai visto come ci guardavano oggi? Lo vedo come ci guarda la gente, sento cosa dicono. Sei minorenne… un po’ mi scoccia.»

«Minorenne?! Ti ricordo che io ho ottantasette anni» sorrise Guen.

«No, tu ne hai diciassette da settant’anni, è diverso.»

Guen si rabbuiò leggermente «Hai ragione, è diverso», proseguì «ma le cose stanno così e non possiamo farci niente; anzi sarà sempre peggio. Io rimarrò sempre uguale, tu invece invecchierai, magari più lentamente ma invecchierai…»

Si strinse a lui e gli scoccò un bacio sulla guancia.

«Va bene, adesso basta coi discorsi tristi. Questa giornata ci ha stressato già troppo. Dormiamo dai, ci penseremo domani.» disse Jim carezzandole il viso.

Guen allungò la mano e spense l’abat-jour sul comodino.

1Birra belga bionda o rossa

2Naked sportiva della Ducati.